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L’Internationalist Group sulla Grecia:

Un ponte verso il Quarto Reich

La massa della popolazione greca è schiacciata sotto il tallone dell'Unione Europea (Ue) dominata dagli imperialisti. Negli ultimi cinque anni, misure di austerità durissime dettate dai padroni europei e applicate dai loro lacché nel governo capitalista greco, attualmente dalla coalizione della cosiddetta Sinistra radicale (Syriza), hanno ridotto all'osso i salari, falcidiato i posti di lavoro (condannando alla disoccupazione più della metà dei giovani), affamato i pensionati e devastato l'economia. Quando la “troika” (formata da Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) ha chiesto tagli ancor più selvaggi, oltre il 60 percento della popolazione greca ha votato “no” al referendum del 5 luglio del 2015, rifiutando di accettare i diktat imperialisti.

L'opposizione alla Ue e all'euro è fondamentale per la difesa della classe operaia e degli oppressi. L'Ue è un consorzio di potenze capitaliste il cui scopo è la sottomissione sempre maggiore della classe operaia in tutta Europa e il dominio dei padroni imperialisti sui paesi Ue più deboli. L’Euro è il suo strumento. Come hanno scritto i nostri compagni del Gruppo trotskista di Grecia (Tgg) in una dichiarazione intitolata “Votare no al referendum! Abbasso l'Ue! Nessun appoggio al governo Syriza”:

“Una vittoria del ‘sì’ sarebbe una vittoria per i governanti imperialisti e per la borghesia greca e una terribile sconfitta per i lavoratori della Grecia e di tutt’Europa. Verrebbe usata dall'Ue per devastare ulteriormente le condizioni di vita di milioni di persone. Una vittoria del ‘no’ aiuterebbe a unire i lavoratori in Grecia e in tutt’Europa contro i capitalisti europei e le loro banche sanguisughe”.

Noi della Lega comunista internazionale cerchiamo di favorire la lotta di classe comune dei lavoratori a scala internazionale contro gli sfruttatori capitalisti, in questo caso soprattutto quelli dei centri imperialisti di Germania, Francia e Gran Bretagna. Al contrario, l’Internationalist Group [Gruppo Internazionalista, Gi] ha sostenuto che i lavoratori greci non dovevano schierarsi in questo referendum. Pur ammettendo che votare “sì” “avrebbe significato arrendersi ai burocrati di Bruxelles, ai banchieri di Francoforte e ai brutali politici di Berlino”, il Gi ha sostenuto che un “no” non sarebbe stato altro che “un voto di sostegno politico al governo di Syriza” guidato dal primo ministro Alexis Tsipras (“Defeat the Bankers’ Diktat, Occupy the Banks and Ports!” internationalist.org, luglio 2015). Ma la domanda posta nel referendum non era “pro o contro” il governo borghese populista di Syriza, ma “pro o contro” il brutale programma di austerità della troika. Non schierarsi su questa semplice questione era nient’altro che un tradimento, una capitolazione agli imperialisti europei, soprattutto al Quarto Reich dell'imperialismo tedesco che comanda in Europa.

Malgrado tutta la loro aria fritta, che includeva appelli ai lavoratori greci ad occupare banche e porti, la neutralità del Gi nel referendum andava contro gli interessi di classe del proletariato greco, la cui maggioranza ha votato “no” in un gesto di sfida all'Ue. Dopo essersi congratulato da solo per aver resistito “alla pressione del sentimento delle masse”, il Gi ha proclamato che la resa del governo di Syriza alle richieste dell'Unione Europea all'indomani del referendum “convalida il nostro rifiuto di fare appello a votare ‘no’” (“The Naked Rule of Finance Capital”, internationalist.org, luglio 2015).

È vero il contrario, se avesse vinto il “sì”, l'Ue e Syriza avrebbero ricevuto un mandato per imporre ancora maggiore devastazione alla classe operaia. Il trionfo del “no” e la capitolazione di Syriza alla troika sono serviti a smascherare Tsipras & Co. per quello che sono: dei vili leccapiedi degli imperialisti europei. Il Gi è incapace di raccontare una storia coerente. Se prima sostenevano che votare “no” avrebbe rappresentato un “sostegno politico al governo Syriza”, dopo il referendum hanno scritto che la schiacciante vittoria dei “no” rappresentava una “sconfitta umiliante” per Syriza. Anche se Syriza è stata rieletta alle elezioni del settembre del 2015, l'affluenza alle urne è stata la più bassa degli ultimi decenni. Questo dimostra quanto sia vasta la disillusione seguita alla svendita perpetrata da Syriza, un partito borghese che molti lavoratori avevano erroneamente visto come una possibilità per resistere alle devastazioni dell’Ue.

Il Gi sull’Unione Europea: vietato andarsene

Il Gi sostiene che: “A differenza della sinistra europea sullo stile di Syriza, i trotskisti autentici si sono opposti all'Unione Europea imperialista sin dall'inizio.” Lasciando da parte il fatto che Syriza è un partito borghese, è vero che i trotskisti autentici si sono sempre opposti per principio alla Ue. Questa è stata fin dall’inizio la posizione della nostra organizzazione internazionale, la Lega comunista internazionale (e il suo predecessore la Tendenza spartachista internazionale). Altrettanto non si può dire del Gi, che sin dall'inizio della schiavitù del debito della Grecia nei confronti dell'Ue, ha argomentato contro l’uscita della Grecia dall’euro e dall’Unione Europea. In un articolo del dicembre 2010 dal titolo “La Grecia sul filo del rasoio”, il Gi ha sostenuto che: “Fare appello all’uscita della Grecia dall'Ue e all’abbandono dell’euro a favore della dracma” è “una rivendicazione borghese nazionalista, con conseguenze negative per i lavoratori greci.”

Ci sono alcuni portavoce borghesi ed economisti che promuovono una “Grexit”, come il miglior modo per preservare i profitti capitalistici. Il nostro scopo nel chiedere una Grecia fuori dall’Ue e dall’euro parte da un punto di vista completamente diverso: ciò che è meglio per la nostra classe, il proletariato. Come abbiamo sostenuto nell’articolo “Grecia: per la lotta operaia contro i diktat affamatori dell’Ue” (Workers Vanguard n. 1072, 7 agosto 2015):

“Ripudiare il debito e lasciare l'Ue ovviamente non metterebbe fine allo sfruttamento della classe operaia da parte dei capitalisti greci, né libererebbe questo paese dipendente dalle devastazioni del sistema imperialista mondiale. Tuttavia creerebbe condizioni più favorevoli affinché la classe operaia lotti per i propri interessi. Inoltre, un’uscita della Grecia dall’Unione Europea minerebbe questo blocco dominato dagli imperialisti. Ciò che è necessario sono gli Stati uniti socialisti d'Europa!”

Il Gi si è unito agli imperialisti dell’Ue nella loro campagna di allarmismo che ha preceduto il referendum greco, esagerando le “conseguenze negative” della Grexit, già presenti nelle argomentazioni esposte prima. Nella sua versione di scenario apocalittico, il Gi ha sostenuto che l’uscita dall'Ue significherebbe “una austerità raddoppiata” e condizioni ancor peggiori rispetto alla devastazione già imposta dall’Ue e dalla borghesia greca. Il Gi sostiene che non c'è via d’uscita dalla schiavitù del debito per la classe operaia e per gli oppressi in Grecia in assenza di una rivoluzione operaia a livello europeo.

In un recente forum del Gi in Messico, in cui il relatore era il loro Líder Máximo Jan Norden, un compagno della nostra sezione messicana, il Grupo Espartaquista de México, ha dimostrato come la contrapposizione che il Gi fa tra la rivoluzione socialista e la Grexit sia solo aria fritta radicale che serve a nascondere una posizione disfattista nel migliore dei casi, se non addirittura reazionaria. Facendo notare che la Grecia oggi ha meno sovranità nazionale del Messico neocoloniale, il nostro compagno ha chiesto se per caso il Gi si opponga all’uscita del Messico dalla North American Free Trade Association [Associazione per il libero scambio in Nord America, Nafta] il trattato che nel 1994 inaugurò lo “stupro di libero scambio” del Messico per mano dell'imperialismo statunitense. Il nostro compagno ha aggiunto: Norden consiglia per caso alla classe operaia e ai contadini messicani di sopportare la devastazione del Nafta in attesa della rivoluzione proletaria?

In passato, il Gi ha cercato di trovare la quadratura del cerchio descrivendo la Grecia come parte del club imperialista. Ha scritto: “Insieme alla flotta di navi cisterna e di mercantili greci, le banche sono la chiave dello status di potenza imperialista di second'ordine della Grecia, che domina finanziariamente i Balcani meridionali e ha una forte presenza in Medio Oriente” (internationalist.org, luglio 2011). I recenti avvenimenti hanno ridicolizzato questi argomenti, che servono solo da alibi ai veri imperialisti che hanno calpestato la sovranità nazionale della Grecia. Lungi dall'essere dei pesi massimi finanziari, le banche greche sono state costrette a chiudere per tre settimane nel mese di luglio, mentre la troika mercanteggiava su prestiti e pagamenti del debito.

Se da un lato il Gi alimenta la paura per una possibile uscita della Grecia dall'euro, dall’altro strilla per il fatto che noi ricordiamo l’esempio dell'Argentina, la cui economia, dopo il fallimento del 2001, si è ripresa grazie allo sganciamento della sua moneta dal dollaro americano. Dobbiamo presumere che considerano una moneta legata al dollaro yankee un’alternativa migliore? Il controllo di un paese sulla propria valuta è un requisito elementare della sovranità nazionale. Eppure il Gi sostiene che, facendo l’esempio dell’Argentina, noi ci mettiamo “nel business di offrire consigli su come gestire la crisi capitalista nel quadro del capitalismo.”

Al contrario. La borghesia greca ha messo i propri capitali al leale servizio della Ue. La Grexit preparerebbe il terreno per svelare il vero volto di questi rapinatori, che sono dei nemici di classe dei lavoratori greci al pari degli imperialisti. Aiuterebbe i lavoratori a rompere con il nazionalismo greco, con la menzogna che i lavoratori e i “loro” sfruttatori abbiano interessi comuni. Una menzogna che viene propagata anche dai fascisti di Alba Dorata e dalle altre forze reazionarie che attualmente si propongono come i difensori della “nazione” greca contro l’Ue imperialista. Per un gruppo che si presenta come rivoluzionario proletario nei centri imperialisti, sostenere che la rottura della Grecia con la sottomissione all’Ue sarebbe una catastrofe, è a dir poco sciovinismo e accettazione della schiavitù del debito della Grecia nei confronti dell'Ue.

Per comitati operai d’azione!

Il clamoroso successo del “no” al referendum greco del 5 luglio 2015 ha destabilizzato l'ordine parlamentare del Paese, offrendo alla classe operaia una possibilità di avanzare nella lotta. Sull’altro piatto della bilancia ci sono i fascisti di Alba dorata che, soprattutto in assenza di tale lotta, cercano di approfittare della svendita di Syriza ai suoi padroni dell'Ue, rivolgendosi alla piccola borghesia in rovina e alle masse di giovani disoccupati. Alba dorata ha minacciosamente conquistato il terzo posto alle elezioni del 20 settembre 2015, ottenendo quasi mezzo milione di voti.

Cercando di innescare la lotta proletaria, i nostri compagni del Tgg hanno fatto appello alla costruzione di comitati operai d’azione, “formati da operai di varie tendenze politiche e dai loro alleati, i giovani, i disoccupati, gli immigrati, i pensionati” per combattere e ripudiare l'Unione Europea e l'euro e per “procedere verso un governo che agisca nell’interesse dei lavoratori e che sia subordinato ai lavoratori.” Il nostro appello ha cercato di mobilitare i lavoratori attorno a rivendicazioni come la cancellazione del debito, la creazione di gruppi di difesa operaia contro la minaccia fascista o il controllo operaio della distribuzione alimentare e dei prezzi (“Rigettare la svendita di Syriza all’Ue! Basta!”, 17 luglio 2015). Criticando l’appello del Tgg perché non includeva le rivendicazioni di un partito rivoluzionario o di un governo operaio rivoluzionario, il Gi lo ha deriso come una “parodia” del Programma di transizione di Trotsky (“The Icl on Greece”, internationalist.org, agosto 2015).

In realtà, il nostro appello traeva esempio da un appello lanciato da Trotsky per dei comitati d’azione nella Francia nel 1935, pur riconoscendo le differenze tra i due periodi storici. L’appello di Trotsky fu lanciato durante una crisi sociale acuta, un anno dopo che bande fasciste avevano attaccato il parlamento. Ondate di scioperi e proteste di massa avevano dimostrato che il proletariato era pronto a combattere. Ma la situazione era tenuta sotto controllo dai socialdemocratici riformisti e dalla politica di collaborazione di classe dei “fronti popolari” degli stalinisti. Facendo appello alla costruzione di comitati d'azione, Trotsky sostenne:

“Al loro stadio attuale, i comitati d’azione hanno il compito di unificare la lotta difensiva delle masse lavoratrici francesi e di dare a queste masse coscienza della loro forze per l’offensiva che si prepara (...) Compiti come la costruzione della milizia operaia, l'armamento degli operai, la preparazione dello sciopero generale, resteranno sulla carta se la masse stessa non parteciperà alla lotta per mezzo dei suoi organismi responsabili. (...) Solo i comitati d’azione, estesi ai principali centri del paese, potranno scegliere il momento per passare a metodi più decisi in una lotta di cui spetterà loro di diritto la direzione.” (“Per comitati d’azione, non per il Fronte Popolare", 26 novembre 1935)

La nozione stessa di lotta difensiva, spiegata da Trotsky, è anatema per gli sbruffoni dell’“offensiva rivoluzionaria” del Gi. Essi deridono il nostro appello a comitati operai d’azione come “un classico ‘programma minimo’ come quelli sollevati dagli stalinisti e dai socialdemocratici nella lotta entro i limiti del capitalismo, con l'obiettivo di attrarre i riformisti con richieste su cui tutti loro possono essere d'accordo.” L'idea che le rivendicazioni sollevate dal Tgg, che includevano l’espropriazione delle banche, dei servizi, dei mezzi di trasporto, dei porti e dell’industria navale e che chiedevano posti di lavoro per tutti attraverso una settimana lavorativa più corta a parità di salario, siano realizzabili “entro i limiti del capitalismo”, la dice lunga sulle illusioni del Gi nel dominio di classe capitalista.

Simile è la valutazione del Gi della nostra rivendicazione di comitati operai di azione che mobilitino il proletariato ei suoi alleati nella lotta “verso un governo che agisca nell'interesse dei lavoratori e che sia subordinato ai lavoratori”. Il Gi pensa che questa rivendicazione sia “un appello elastico a quello che potrebbe essere un governo borghese ‘di sinistra’.” In realtà, come diceva chiaramente il nostro appello, “questa battaglia non si può vincere sul terreno parlamentare.” L'idea che un qualsiasi tipo di governo borghese possa essere subordinato agli interessi della classe operaia, rivela piuttosto quanto sia “elastica” l’idea del Gi su qual è la classe dominante.

Come gli appelli di Trotsky a “comitati di azione”, l’appello del Tgg alla costruzione di comitati operai d’azione è un’applicazione della tattica del fronte unico. L’appello a lavoratori di diverse tendenze a partecipare a questi comitati era un tentativo di usare le nostre piccole forze come leva per una lotta più ampia del proletariato e dei suoi alleati, una lotta che, sì, in questa fase, sarebbe necessariamente difensiva. Per partecipare a questa lotta non è indispensabile essere d’accordo con la necessità di un partito operaio rivoluzionario o con la dittatura del proletariato. Se formati, questi comitati sarebbero stati il luogo di dibatti vitali su come andare avanti, avrebbero coinvolto diversi partiti che pretendono di rappresentare gli interessi operai e sarebbero divenuti il teatro di una lotta per la direzione rivoluzionaria, cioè per una prospettiva e per un partito internazionalisti proletari.

Al contrario, il Gi fa credere che la lotta per il potere proletario (probabilmente con Norden stesso, o il fantasma del defunto Michel Pablo come “comandante in capo”) sia immediatamente all'ordine del giorno, non solo in Grecia ma in tutta Europa. Sembra davvero rrrrrivoluzionario, ma non lo è. In effetti, il Gi sembra cercare una sintonia con gli stalinisti del Partito comunista greco (Kke), con i quali si congratulano per essersi opposti anche loro al “no” nel referendum del 5 luglio. Non molto tempo fa il Gi si è opposto agli appelli del Kke a ripudiare il debito e a lasciare l’eurozona come esempio del “nazionalismo di sinistra” del Kke. Adesso però il Gi si inchina opportunisticamente alle virtù dei riformisti populisti del Kke per aver rinunciato ad opporsi all'Ue e all'euro nel referendum.

Da parte nostra, i nostri compagni del Tgg hanno dato un sostegno critico al Kke nelle elezioni del 2012 e del gennaio 2015, proprio perché si opponeva alla Ue e a tutti i partitiche difendevano il proseguimento della sottomissione della Grecia all’Ue, compresa Syriza. Allo stesso tempo abbiamo condannato la capitolazione del Kke al nazionalismo greco come un ostacolo fondamentale alla costruzione di un partito proletario, rivoluzionario e internazionalista in Grecia e abbiamo contrastato il loro rifiuto di mobilitare contro i fascisti di Alba dorata le loro considerevoli forze nella classe operaia. Nelle ultime elezioni greche la posizione dei nostri compagni del Tgg era di non dare un sostegno elettorale critico al Kke a meno che esso non ripudiasse la sua opposizione a votare “no” nel referendum del luglio del 2015.

Dai loro appartamenti di New York City, i signori del Gi chiedono ad una classe operaia devastata dai colpi implacabili della Ue e della borghesia greca, di scendere immediatamente in lotta per il potere della propria classe. Il nostro obiettivo invece non è l’agitazione fasulla, ma la lotta per armare i lavoratori con la consapevolezza, la fiducia e lo spirito combattivo necessari a condurre una lotta reale contro il nemico di classe capitalista. Le forze della nostra sezione greca sono piccole, ma hanno lottato per affrontare le brucianti esigenze dei lavoratori e degli oppressi e per fornire loro una direzione rivoluzionaria in opposizione ai loro falsi dirigenti attuali.

Il Gi insinua che l’appello del Tgg a comitati operai d’azione è “un ponte verso il nulla”. La verità è che un’organizzazione che si proclama trotskista rivoluzionaria, ma non è neanche in grado di chiedere un voto contro i diktat dell’Ue, cammina sul ponte verso il Quarto Reich dell'imperialismo tedesco.

[Tradotto da Workers Vanguard n.1075, 2 ottobre 2015.]