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Spartaco n. 74

Aprile 2011

La guerra contro la Libia di Gheddafi: terrore e menzogne imperialiste

Difendere la Libia contro l’attacco imperialista!

Pieni diritti di cittadinanza per profughi e immigrati!

Da settimane le principali potenze imperialiste, capeggiate da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, bombardano la Libia con centinaia di aerei e con i missili lanciati da navi e sottomarini. L'Italia partecipa ai raid aerei e fornisce le basi militari e navali da cui vengono orchestrati e lanciati gli attacchi. Per la quarta volta in dieci anni, da quando nel 1999 il governo dell’Ulivo/Pdci/Verdi fece dell’Italia la principale portaerei per il massacro della Serbia (senza dimenticare le avventure coloniali in Albania, Afghanistan, Iraq e Libano), l’imperialismo italiano partecipa in prima fila ad una missione militare in quello che considera da sempre il suo “cortile di casa”. Attaccando le difese militari del regime di Gheddafi, la coalizione imperialista cerca di aprire la strada di Tripoli alle forze militari dell'opposizione libica, un'accozzaglia di cui fanno parte capi tribali, islamisti, uomini della Cia, ex generali voltagabbana ed ex funzionari del regime.

Se nel 2003 la guerra contro l’Iraq è stata preparata da una campagna martellante di menzogne sulle “armi di distruzioni di massa” di Saddam Hussein, oggi la stampa borghese ripete “fatti” inventati o deformati dall'alto comando Nato o dall’opposizione anti-Gheddafi. Orribili storie non confermate, come quelle del bombardamento delle manifestazioni da parte dell’aeronautica di regime con migliaia di morti, sono state prese per oro colato. Invece si sono trattenuti dal raccontarci il sordido passato degli ex fedelissimi di Gheddafi che capeggiano le forze dell’opposizione a Bengasi, come gli ex ministri della giustizia e degli interni. Dei quattro generali che sono passati all’opposizione, due sono stati al fianco di Gheddafi per 42 anni, fin dalla sua ascesa al potere!

La guerra civile tra il regime di Gheddafi e l'opposizione appoggiata dagli imperialisti, un conflitto nel quale inizialmente il proletariato non aveva un campo da appoggiare, è divenuta una componente subordinata dell'intervento imperialista iniziato il 19 marzo. Nel conflitto in corso invece gli operai hanno un campo: quello della difesa militare della Libia, un paese semicoloniale, contro l'imperialismo e le forze dell'opposizione che agiscono come le loro truppe di terra.

Ciò è vero specialmente in Italia, paese la cui borghesia succhia da un secolo il sangue del popolo libico e che continua ad essere tra i principali beneficiari dell’oppressione del suo popolo. E’ un dovere cruciale della classe operaia schierarsi militarmente contro i “suoi” padroni imperialisti e in difesa delle vittime neocoloniali, senza dare nessun appoggio politico al brutale governo capitalista di Muhammar Gheddafi. Come spiegò Lenin nel 1914 in “Il socialismo e la guerra”:

“se domani il Marocco dichiarasse guerra alla Francia, l'India all’Inghilterra, la Persia o la Cina alla Russia, ecc., queste sarebbero delle guerre ‘giuste’, delle guerre ‘difensive’ indipendentemente da chi avesse attaccato per primo, ed ogni socialista simpatizzerebbe per la vittoria degli Stati oppressi, soggetti e privi di diritti, contro le ‘grandi’ potenze schiaviste che opprimono e depredano”.

Noi marxisti ci siamo sempre opposti al regime capitalista di Gheddafi, una dittatura che ha soppresso con brutalità tutti i sospetti oppositori. Ma abbiamo sempre difeso la Libia dagli attacchi imperialisti, ad esempio dai bombardamenti americani ordinati da Ronald Reagan nel 1986, in cui una figlia di Gheddafi restò uccisa nel bombardamento della sua abitazione nel tentativo di assassinarlo. All'epoca, per i fanatici imperialisti della Guerra fredda, il “crimine” di Gheddafi consisteva nell'essere un cliente militare dell'Unione Sovietica.

L'attacco alla Libia, ha posto fine al riavvicinamento degli imperialisti con Gheddafi, che nell'ultimo decennio ha collaborato attivamente nella “guerra al terrorismo” di Washington e al pattugliamento del Mediterraneo per impedire agli immigrati africani di raggiungere l'Europa.

Non c'è dubbio che Gheddafi sia un macellaio del suo popolo. Ma lo stesso vale per tutti i re, sceicchi e colonnelli che hanno goduto e godono dell'appoggio degli imperialisti. Il 25 febbraio in Iraq il governo fantoccio degli Usa ha ammazzato almeno 29 persone che manifestavano chiedendo posti di lavoro e servizi sociali e un portavoce dell’esercito Usa ha lodato la reazione “professionale e controllata” della polizia. Le truppe saudite appoggiate dagli Usa sono intervenute in appoggio alla monarchia sunnita del Bahrein: a quanto pare, per gli imperialisti la maggioranza sciita del Bahrein non è umana e non ha “diritti” da far rispettare.

Da parte sua, l'opposizione libica punta a prendere il controllo delle ricchezze petrolifere del paese. Le forze ribelli hanno fermato, torturato e ucciso chiunque fosse sospettato di appoggiare Gheddafi, specialmente i neri africani accusati di essere suoi mercenari. Peter Bouckaert di Human Rights Watch riporta che degli africani in fuga sono stati gettati a mare dalle imbarcazioni inviate dall'Unione Europea per evacuare i suoi cittadini (New York Review of Books, 7 aprile). Da questo punto di vista, l'opposizione non fa che ripetere l'oppressione brutale degli immigrati imposta dal regime.

Una differenza fondamentale tra gli eventi libici e le insurrezioni popolari in Egitto ed in Tunisia è che in questi paesi esiste una classe operaia potente e concentrata, che è emersa come un fattore attivo nelle lotte sociali, anche se le sue organizzazioni sono rimaste subordinate ad una o all'altra delle forze borghesi e il regime capitalista è stato preservato sotto il controllo dell'esercito. I marxisti devono battersi perché il proletariato prenda coscienza di sé stesso non solo come una parte del popolo e della “nazione”, ma come l'unica forza che ha l'interesse storico ad abbattere il modo di produzione capitalista e liberare l'umanità da ogni forma di oppressione. In Libia invece, già prima dell'inizio dei bombardamenti, il proletariato è stato devastato dagli effetti della guerra civile e una parte significativa dei lavoratori, in maggioranza immigrati, sono stati costretti a fuggire dalle violenze e dagli attacchi razzisti.

Il futuro delle masse libiche sarà deciso dalla lotta di classe internazionale, una lotta che si estende ben al di là delle frontiere nazionali e che comprenderà il proletariato in Algeria, in Tunisia e specialmente in Egitto. Questo richiede la costruzione di partiti operai rivoluzionari parte di una Quarta internazionale autenticamente trotskista, che leghi la lotta per delle federazioni socialiste in Nordafrica ed in Medio Oriente, alla lotta per la rivoluzione proletaria nei centri imperialisti.

No alla persecuzione di profughi e immigrati!

Le pretese “umanitarie” degli imperialisti sono smentite dal trattamento bestiale che stanno riservando ai profughi in fuga dalla Libia ed alle migliaia di immigrati tunisini sbarcati in Italia. Per settimane, migliaia di persone sono state ammassate come animali nel centro di identificazione e espulsione dell'isola di Lampedusa o semplicemente abbandonate sulle rocce dell'isola, senza riparo né coperte, con poco cibo, costrette a elemosinare da vivere alla popolazione locale. Alla fine, il governo ha “risolto” il problema caricando migliaia di immigrati su navi militari e deportandoli in osceni campi di prigionia sparsi nel paese (soprattutto nelle regioni meridionali, per imposizione doppiamente razzista dei ministri leghisti). Berlusconi ha costretto il fragile governo tunisino ad accettare deportazioni di massa e ha promesso a parte dei profughi un permesso di soggiorno di tre mesi (sperando che si spostino in Francia e negli altri paesi dell’Ue), mentre il governo francese di Sarkozy bloccava centinaia di immigrati tunisini alla frontiera di Ventimiglia (con buona pace del Trattato di Schengen) costringendoli a bivaccare per giorni nelle stazioni ferroviarie. No al divieto di ingresso dei profughi in Italia e in Europa! Basta con le misure razziste di restrizione dei profughi e degli immigrati (reclusione nei Cie, sulle navi o sull'isola di Lampedusa)! Chiusura immediata di tutti i centri di detenzione razzisti (Cie)! Pieni diritti di cittadinanza per tutti gli immigrati!

Il governo di Berlusconi e Bossi ha sfoderato tutto il suo arsenale razzista, per deviare l'attenzione dai bombardamenti imperialisti in Libia sulla presunta “invasione” di immigrati. Negli ultimi vent'anni, tutti i governi capitalisti (inclusi quelli di fronte popolare di Ulivo/Unione e Rifondazione) hanno fomentato il razzismo anti-immigrati per dividere la classe operaia lungo linee etniche, per indebolirla e per garantirsi un bacino di manodopera ricattabile e a basso costo. L'opposizione alla repressione razzista degli immigrati è una parte decisiva della difesa delle condizioni di vita e di salario di tutti i lavoratori e una componente importante della lotta per difendere i sindacati dall'offensiva padronale partita a Pomigliano e Mirafiori. E' importante che il movimento operaio organizzato, a partire dai sindacati portuali e aeroportuali (un settore coinvolto direttamente nelle deportazioni) organizzino azioni di sciopero e protesta per fermare le deportazioni, per la sindacalizzazione di tutti i lavoratori immigrati e i loro diritti di cittadinanza.

La sinistra riformista oggi versa lacrime di coccodrillo sulle atrocità del governo Berlusconi contro gli immigrati e tutti additano le atrocità razziste commesse dal regime libico di Gheddafi come guardia confinaria della Fortezza Europa razzista, con le sue torture, stupri, omicidi e arresti arbitrari di cittadini stranieri in Libia. Ciò che Partito democratico e Rifondazione nascondono è che per quanto riguarda l'immigrazione, l'accordo tra Italia e Libia di Berlusconi ratifica esplicitamente i Protocolli di cooperazione firmati il 29 dicembre 2007 dal governo Prodi, di cui l'attuale segretario del Prc Ferrero era ministro. Fu quell'accordo, sui cui anche Liberazione all'epoca mantenne un silenzio assordante, ad introdurre i pattugliamenti congiunti delle coste libiche contro gli immigrati. All'epoca, non solo Rifondazione, ma anche una parte dei suoi fuoriusciti (Sinistra critica) appoggiavano il governo Prodi e votavano sistematicamente la fiducia. Tra l’altro, in un intervista a Porta a Porta il 4 aprile, il portavoce del Consiglio nazionale di transizione, Ahmed Jibril ha promesso che loro sono “disponibilissimi e anzi incoraggiamo” il pattugliamento congiunto delle coste contro gli immigrati. Gareggiando in razzismo col governo italiano ha aggiunto che “La Libia è stata vittima dell’immigrazione clandestina dai paesi sahariani. Gli immigrati clandestini sono arrivati in Libia e hanno trascorso lì mesi, anni, diffondendo malattie e creando anche scontri con i cittadini libici”.

Il 6 aprile, una nave con più di trecento profughi eritrei e somali, in fuga dalla Libia, è affondata tra Malta e la Sicilia, sotto gli occhi di decine di navi militari della Nato e delle motovedette della marina militare italiana. Più di duecentocinquanta persone sono morte, tra cui molte donne e bambini. Questa ennesima strage razzista in mare ricorda tragicamente l'affondamento della nave albanese Kater I Rades, carica di profughi albanesi, speronata nel 1997 dalla motovedetta italiana Sibilla, con oltre cento morti. All'epoca, a palazzo Chigi c'era il governo Prodi, appoggiato da Rifondazione comunista. E i centri di identificazione e espulsione, che oggi vengono usati per rinchiudere e ammassare immigrati e profughi, vennero creati (col nome di “Centri di permanenza temporanea”), non dal governo della Lega e Berlusconi, ma dalla Legge Turco-Napolitano, votata nel marzo del 1998 anche da Rifondazione comunista.

Colonialismo e razzismo: il vero volto degli imperialisti

Quando a blaterare di “diritti umani” sono le principali potenze imperialiste del globo, si può essere certi che c'é dietro qualcos'altro. Gli imperialisti non sarebbero arrivati dove sono, nella loro corsa ai profitti e al dominio sul mondo, se avessero avuto a cuore i “diritti umani”. Al contrario, ci sono arrivati proprio fornendo denaro, armi e “consiglieri” ai loro tirapiedi coloniali e neocoloniali.

A dare il via ai bombardamenti è stata la risoluzione dell’Onu che ha imposto una “no-fly zone” in Libia e che è stata sostenuta dalla Lega Araba. Questa è l’ennesima dimostrazione della natura delle “Nazioni Unite”: un covo di ladri e assassini imperialisti, dei loro lacché e delle loro vittime. A partire dalla guerra di Corea, in cui l’Onu sanzionò l’aggressione anticomunista dell’imperialismo americano, che fece tre milioni di morti nella penisola, passando per l’uccisione del combattente anticolonialista congolese Patrice Lumumba, per finire con l’embargo che ha provocato la morte di un milione di civili in Iraq, l’Onu è sempre stato un sanguinario strumento nelle mani delle potenze imperialiste.

L'unico “valore” che gli imperialisti conoscono in Libia è il valore delle sue enormi riserve di gas e di petrolio di ottima qualità. L'Italia, il vecchio padrone coloniale della Libia, importa dalla Libia il 13 percento del gas e il 25 percento del petrolio che consuma. Le principali imprese capitaliste italiane (in testa Eni, Unicredit, Finmeccanica e Impregilo) occupano nel paese delle posizioni di primo piano nei loro settori (idrocarburi, armamenti, edilizia).

Dietro l’attacco alla Libia si vedono le linee di frattura che dividono le potenze imperialiste, che di fronte alle vaste agitazioni sociali nel mondo arabo, sono preoccupate di mantenere il controllo di una regione strategica (e magari di espanderlo a spese dei loro rivali). Il governo francese è stato il primo a incoraggiare la rivolta di Bengasi e a fornirle aiuti diplomatici e militari. Gli Stati Uniti, inizialmente riluttanti ad aprire un nuovo fronte in Medio Oriente, sono intervenuti massicciamente per sottrarre a Francia e Inghilterra il controllo delle operazioni e ribadire il loro ruolo di poliziotto capo del mondo. Consapevole dei suoi interessi, l'imperialismo tedesco guidato dal Cancelliere Angela Merkel si è astenuto sulla risoluzione del consiglio di sicurezza dell'Onu. Ma la Germania, assieme ad altri paesi dell'Unione Europea, ha chiesto l’embargo su tutte le esportazioni petrolifere dalla Libia. Per la Libia, che importa il 75 percento dei generi alimentari pagandoli con le entrate del petrolio, significherebbe la fame su scala di massa. Invece, gli Usa hanno detto chiaramente che non ci sarà nessuna sanzione per l'opposizione.

A differenza di Francia e Inghilterra, il governo italiano inizialmente si è diviso su come perseguire gli interessi economici e politici della borghesia, non sapendo su quale cavallo scommettere per preservare gli accordi che l’Italia ha sottoscritto con la Libia per garantire ai suoi principali gruppi capitalisti posizioni vantaggiose. Così all'inizio i giornali di Berlusconi sbraitavano contro il ruolo prominente della Francia: “A loro il petrolio, a noi i clandestini!” (Libero, 22 marzo). Solo all'inizio di aprile, dopo aver ottenuto garanzie che l'opposizione avrebbe rispettato gli accordi, il governo italiano ha ufficialmente riconosciuto il Consiglio nazionale di Bengasi. Due giorni prima, l'amministratore delegato dell'Eni, Paolo Scaroni, era andato in missione segreta a Bengasi per discutere con il Comitato nazionale le condizioni dell'appoggio italiano.

Un secolo di rapina e oppressione coloniale

Da un secolo esatto l’imperialismo italiano dissangua il popolo libico. Proprio quest'anno ricorre l'osceno anniversario della guerra italo-turca del 1911. Il 29 settembre 1911, l'Italia dichiarò guerra alla Turchia nel tentativo di ritagliarsi una zona di dominio coloniale nelle aree sfuggite al controllo imperialista francese ed inglese. Arrivata ritardataria e rachitica sul proscenio della lotta imperialista per la spartizione del mondo, la borghesia italiana dovette accontentarsi di strangolare i più poveri ed arretrati tra i paesi africani: la Somalia, la Libia e l’Etiopia. Quella che i capitalisti italiani salutarono come la conquista della “Quarta sponda”, fu un tentativo di conquistare mercati per l’espansione finanziaria del Banco di Roma e dei trust dello zucchero, del ferro e dell’acciaio. Il Banco di Roma, ad esempio, aveva ottenuto in Libia concessioni minerarie, proprietà terriere e il monopolio nella raccolta delle spugne, concessioni che erano ora minacciate dalla Rivoluzione dei giovani nazionalisti di Ataturk a Costantinopoli. Lenin riassunse il senso della guerra italo-turca con queste parole.

“Che cosa ha provocato la guerra? La cupidigia dei magnati della finanza e dei capitalisti italiani, che hanno bisogno di un nuovo mercato, hanno bisogno dei successi dell’imperialismo italiano. Che cosa è stata questa guerra? Un macello di uomini, civile, perfezionato, un massacro di arabi con armi ‘modernissime’. Gli arabi si sono difesi disperatamente. Quando, al principio della guerra, gli ammiragli italiani, imprudentemente, hanno fatto sbarcare 1.200 marinai, gli arabi hanno attaccato e ne hanno uccisi circa 600. ‘Per punizione’ sono stati massacrati quasi 3.000 arabi, si sono depredate e massacrate famiglie intiere, massacrati bambini e donne. Gli italiani: ecco una nazione civile e costituzionale. Circa mille arabi sono stati impiccati. Le perdite italiane ammontano a più di 20.000 uomini, dei quali 17.429 malati, 600 dispersi e 1.405 morti. Questa guerra è costata agli italiani più di 800 milioni di lire, cioé più di 320 milioni di rubli. Una disoccupazione terribile, la stagnazione dell’industria ne sono le conseguenze. Circa 14.800 arabi sono stati massacrati. La guerra, nonostante la ‘pace’, si prolungherà di fatto, perché le tribù arabe all’interno dell’Africa, lontane dalla costa, non si sottometteranno. Ancora per molto tempo essi verranno ‘civilizzati’ mediante le baionette, le pallottole, la corda, il fuoco, gli stupri. Certo, l’Italia non è né migliore né peggiore degli altri paesi capitalisti, tutti ugualmente governati dalla borghesia, la quale, per una nuova fonte di profitti, non indietreggia davanti a nessuna carneficina”. (“La fine della guerra dell’Italia contro la Turchia”, 28 settembre 1912).

La guerra di Libia spaccò il movimento operaio italiano. Alla base, incontrò una dura opposizione da parte della classe operaia, mentre un gran numero di dirigenti sindacalisti e anarchici (figure come Arturo Labriola e Libero Tancredi) si schierarono con entusiasmo dalla parte dell’imperialismo italiano, decantando il “valore rivoluzionario dell’iniziativa italiana”. Anche l’ala destra del Partito socialista (capeggiata da Leonida Bissolati), appoggiò l’invasione della Libia. Bissolati venne poi espulso nel 1912 per essersi congratulato col Re che era scampato a un attentato. Ma i dirigenti riformisti che si opposero alla guerra, lo fecero non per rovesciare il capitalismo italiano, ma per spingerlo a perseguire i suoi interessi seguendo strade differenti. Ad esempio, pochi giorni prima della guerra, il 25 settembre, il gruppo parlamentare socialista approvò un ordine del giorno, proposto da Turati, che protestava “in nome degli interessi più profondi e più vari della patria e soprattutto delle classi lavoratrici” contro la guerra coloniale “non giustificata né da ragioni di diritto né da rispettabili interessi materiali della nazione” (citato da Renzo del Carria, Proletari senza rivoluzione). Nonostante il sabotaggio dei dirigenti riformisti, la Cgl fu costretta ad indire uno sciopero di 24 ore alla vigilia della dichiarazione di guerra, sciopero che in molti centri venne prolungato spontaneamente dagli operai. A Langhirano un gruppo di operai cercò di fermare la partenza dei treni scontrandosi con la polizia e assaltando la caserma dei carabinieri, che uccisero quattro scioperanti e ne arrestarono molti altri. Lo sciopero fu totale e si prolungò per altri due giorni anche nelle provincie di Forlì e Faenza, col taglio di linee telegrafiche, sabotaggio dei binari, tumulti e scontri alla stazione per impedire la partenza dei richiamati, cariche e feriti.

Durante la “riconquista” della Libia, iniziata nel 1922 dal governo liberale e proseguita dal regime fascista fino al 1930, l’imperialismo italiano condusse una vera e propria politica di genocidio della popolazione della Cirenaica, nel tentativo di fare terra bruciata attorno alla resistenza capeggiata da Omar al Mukhtàr e di sottomettere definitivamente la popolazione. L’esercito italiano utilizzò bombardamenti aerei e gas tossici contro dei combattenti il cui unico mezzo di trasporto militare era il cammello. Più di metà degli abitanti della regione (circa centomila persone) vennero deportati e rinchiusi in campi di concentramento lungo la costa, come il famigerato campo di punizione di El Agheila, dove decine di migliaia di civili morirono di fame e di malattie.

I campi di concentramento italiani in Libia furono dei veri e propri precursori dei campi nazisti, per la ferocia, lo sterminio pianificato della popolazione e le torture. Come ricordano i testimoni oculari intervistati dallo storico Eric Salerno (Genocidio in Libia, 1979): “Ogni giorno da El Agheila uscivano cinquanta cadaveri. Venivano sepolti in fosse comuni. (…) Gente impiccata o fucilata. O persone che morivano di malattia”

L'obiettivo dichiarato del generale Badoglio era:

“Bisogna anzitutto creare un distacco territoriale largo e ben preciso tra formazioni ribelli e popolazione sottomessa. Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento, che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa. Ma ormai la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla sino alla fine anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica” (citato da Angelo del Boca, Gli italiani in Libia, 1988).

Le truppe italiane inoltre sterminarono sistematicamente il bestiame che era l’unica risorsa delle popolazioni nomadi della Cirenaica: secondo le statistiche dello stesso Graziani, solo tra il 1930 e il 1931 furono abbattuti il 90-95 percento di ovini, capre e cavalli e circa l’80 percento di bovini e cammelli. (Giorgio Rochat et al., Omar al-Mukhtàr e la riconquista fascista della Libia, 1981),

Alla fine, l'imperialismo italiano ottenne il controllo della Cirenaica, con l'impiccagione nel 1931 del capo dei ribelli, l'ottantenne Omar al-Mukhtàr. La rioccupazione italiana era costata in due anni alla regione di Bengasi circa settantamila morti, quasi la metà della popolazione iniziale. Negli anni successivi, sarebbe costata ancora dure sofferenze alla popolazione libica (compresa la sua numerosa componente ebraica, vittima delle persecuzioni antisemite del fascismo e rinchiusa nel campo di concentramento di Giado, costruito dagli italiani sulle alture del Jebel tripolitano, si veda Eric Salerno, Uccideteli tutti, 2008).

La Libia: una neocolonia dell’imperialismo

Durante la Seconda guerra mondiale, sia le forze alleate che quelle dell'asse italo-tedesco devastarono la Libia e dopo la guerra gli imperialisti crearono una Libia formalmente indipendente, incollando le tre regioni distinte della Cirenaica ad Est, della Tripolitania ad Ovest e del Fezzan nell'interno. Il dominio italiano fu sostituito dalla monarchia di re Idris, imposta dagli inglesi e dalle loro basi militari sulle coste libiche (l'opposizione anti-Gheddafi ha simbolicamente fatto sua proprio la bandiera della Libia monarchica).

L'ascesa al potere di Gheddafi nel 1969, alla testa di un colpo di Stato condotto da un gruppo di giovani ufficiali sostenitori nasseriani, pur ponendo fine al reazionario regime fantoccio di Idris e nonostante la retorica socialisteggiante adottata dal nuovo regime per ottenere i favori dell'Unione Sovietica, non pose fine né al capitalismo né alla dipendenza dall'imperialismo internazionale. Al contrario, l'imperialismo italiano riuscì a riconquistare alcune posizioni che aveva perso con la guerra, grazie alla politica spregiudicata della Democrazia cristiana e dell'Eni di Mattei, che riuscì a conquistare il favore di alcuni dei nuovi governi nati dalla decolonizzazione.

Gran parte della sinistra che oggi si sgola a sostegno degli imperialisti o della “opposizione”, a suo tempo osannava Gheddafi come il rappresentante di una mitica “rivoluzione araba”. Ad esempio la corrente di Rifondazione raccolta attorno al giornale Falcemartello, pur entusiasta della “rivoluzione” libica, sostiene che:

“E’ vero che il regime di Gheddafi salì al potere nel 1969 alla testa di un movimento con un vasto appoggio di massa contro la corrotta monarchia di Re Idris. Negli anni Settanta, influenzato dalla precedente ondata della rivoluzione araba e sotto l’impatto della recessione mondiale del 1974, il regime si spostò ancor più a sinistra, espellendo l’imperialismo e attaccando a fondo la proprietà capitalista” (marxism.org, 4 marzo 2011).

La Libia, grazie alle ricchezze petrolifere e alla sua popolazione poco numerosa, ha goduto di un livello di vita mediamente più elevato di quello dei paesi confinanti e di un accesso ad un sistema educativo e sanitario rudimentali, ma l’intera struttura del paese è rimasta quella di un capitalismo arretrato con forti elementi tribali. Nonostante le sue iniziali pretese “modernizzatrici” il regime di Gheddafi si è appoggiato sulle tradizionali strutture di controllo sociale tribale, ha fatto della sharia islamica la base della struttura giuridica del paese. Nonostante un accesso relativamente elevato a educazione e assistenza sanitaria (peraltro di livello scadente), le donne libiche sono in gran parte escluse dalla vita sociale. Come riporta Helene Chapin Metz, in: Libya: A country Study (1987):

“Appena entrato in carica, il governo di Gheddafi dimostrò la sua devozione fondamentalista chiudendo i bar e i night club, vietando gli intrattenimenti considerati provocatori o immodesti e rendendo obbligatorio il calendario musulmano. Fu annunciata l’intenzione di reintrodurre la sharia (…) Nel 1973, fu introdotto un nuovo codice civile che modificava il sistema giudiziario libico adattandolo alla sharia e nel 1977 il Congresso generale del popolo (Cgp) dichiarò che tutti i futuri codici civili si sarebbero basati sul Corano. Tra le leggi introdotte dal governo di Gheddafi, una serie di punizioni introdotte nel 1973 prevedevano l’amputazione di un piede e una mano per la rapina a mano armata. Per quanto la legge prevedesse delle clausole che ne rendevano improbabile l’applicazione, si trattava dell’applicazione dei precetti coranici all’era moderna. Altre leggi prevedevano la fustigazione per chi violava il digiuno del Ramadan e ottanta frustate a uomini e donne colpevoli di fornicazione”.

A causa della sua limitata popolazione, la Libia di Gheddafi ha sempre importato forza-lavoro dall’estero, dagli altri paesi del Nordafrica e di recente anche dall’Asia. Si stima che in Libia, prima della recente crisi, vivessero circa 2 milioni di immigrati, in gran parte egiziani, che lavoravano nell’edilizia, nell’industria petrolifera e in altre industrie per la produzione di beni di consumo. Come nei paesi petroliferi del Golfo Persico, la classe operaia in Libia è in maggioranza di origine straniera, priva di diritti legali e per questo particolarmente vulnerabile e con un minor peso sociale che non il proletariato in Egitto o in Tunisia. Uno dei peggiori crimini del regime di Gheddafi è stato il trattamento razzista riservato agli operai immigrati dall’Africa nera, vittime di arresti arbitrari, di deportazioni e di veri e propri pogrom, usati come capri espiatori per la disoccupazione e altri problemi.

In Italia, la sinistra riformista si sgola per denunciare il “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” sottoscritto nell'agosto del 2008 e ratificato anche col voto del Partito democratico, sostenendo che con questi accordi la povera Italia, avrebbe soggiaciuto per interesse economico alle pretese del dittatore libico. Riferendosi a questo accordo, Liberazione (29 agosto 2010) addirittura titolava i suoi articoli: “Gheddafi il colonizzatore”.

In realtà, l'accordo tra Italia e Libia prevedeva che il risarcimento per i crimini storici dell'imperialismo italiano (250 milioni di dollari all'anno per 20 anni), fosse gestito dal governo italiano, per pagare società italiane per costruire sul territorio libico (su terreni concessi gratuitamente dalla Libia) delle opere infrastrutturali. L'Eni si è vista rinnovare tutte le sue concessioni fino al 2045! Viceversa, le “iniziative speciali a beneficio del popolo libico" promesse dal governo italiano si riducevano alla costruzione di 200 unità abitative e all’assegnazione di borse di studio per 100 studenti libici.

Ci sono centinaia di buone ragioni per denunciare questo classico trattato diseguale, che rafforza il giogo dell'imperialismo italiano sulla sua storica neocolonia. La ragione per cui lo denunciano i riformisti filo-imperialisti è che per loro, il capitalismo imperialista occidentale, con la sua “democrazia” formale, con la retorica dei “diritti umani”, con le briciole che regala ai burocrati riformisti e sindacali, deve mostrarsi superiore ai brutali regimi bonapartisti del Terzo mondo.

Lotta di classe contro il capitalismo in Italia

La lotta per la difesa della Libia dall'aggressione imperialista richiederebbe, particolarmente in Italia, una vasta mobilitazione di lotta di classe, fatta di scioperi, di azioni di boicottaggio delle basi imperialiste da cui partono i bombardamenti e di mobilitazioni in difesa degli immigrati e dei profughi contro le persecuzioni del governo. Ma le mobilitazioni sinora sono state estremamente limitate e dominate da belati pacifisti e da appelli ai governi imperialisti a trovare una “soluzione politica”. La segreteria nazionale della Cgil ha vergognosamente festeggiato la risoluzione dell’Onu come “posizione chiara e finalmente responsabile della comunità internazionale” e ribadendo che “'La decisione della no-fly zone, richiesta dagli stessi insorti e sostenuta dalla Lega Araba, deve costituire un deterrente per imporre il cessate il fuoco e contro l'escalation dell'azione militare”, nello sforzo di impedire che la classe operaia si mobiliti con i mezzi della lotta di classe contro l’aggressione imperialista. La burocrazia sindacale ha seguito la linea del Partito democratico, feroce sostenitore di un intervento imperialista in Libia che in Parlamento ha presentato una mozione più guerrafondaia di quella di La Russa e Frattini, votata quasi all’unanimità.

Anche la sinistra riformista si è schierata in prima fila a richiedere un intervento imperialista in appoggio all’opposizione libica per rovesciare Gheddafi. Sin dall'inizio della crisi libica, Rifondazione comunista e i suoi cugini di Sinistra ecologia libertà (Sel) hanno invocato sanzioni economiche e politiche dell’Onu per affamare la Libia. Il 25 febbraio, un editoriale di Liberazione condannava “la condanna imbarazzata e tardiva del massacro libico non cancella l'opposizione preventiva dell'Italia, accanto alla sola Malta, verso l'ipotesi ventilata dai paesi dell'Unione Europea d'imporre sanzioni al regime”.

Da parte sua il sommo sacerdote di Sel Nichi Vendola, il 18 marzo, ha appoggiato la risoluzione dell’Onu dichiarando di “non escludere in linea di principio l’intervento militare in Libia”: per “impedire che Gheddafi completi la sua macelleria civile” (adnkronos). Nel pieno dei bombardamenti imperialisti, il segretario del Prc Ferrero continuava a frignare che “Per questo ribadisco che il non aver voluto aprire un tavolo di trattative è un colpevole atto dell’ONU che non ha cercato sul serio una via negoziale sostenuta dalle necessarie sanzioni”. Le sanzioni economiche che vorrebbe Rifondazione, sono anch'esse un atto di guerra, e spesso uccidono più civili delle bombe imperialiste. Prima dell’occupazione del 2003, in Iraq le sanzioni avevano già causato la morte di un milione e mezzo di persone e minato la sua capacità di difendersi

I riformisti filo-imperialisti (come Rifondazione comunista) si oppongono ad una prospettiva di mobilitazione del proletariato, a scala internazionale, contro l’imperialismo e in difesa delle sue vittime coloniali. Perciò si riducono sempre a suggerire ai “loro” padroni imperialisti dei modi apparentemente meno cruenti di mantenere il loro controllo sull'economia e il loro dominio sul mondo.

Durante l'aggressione alla Serbia del 1999, Rifondazione si oppose ai bombardamenti da un punto di vista nazionalista riformista, chiedendo che fossero gli imperialisti dell'Unione Europea, e non la Nato dominata dagli Usa, a prendere il controllo delle operazioni sotto forma di un contingente di “interposizione” di pace. Durante la guerra contro l'Iraq, i riformisti spingevano invece perché fossero i “capi di Stato d'Europa” a contrastare i ladri rivali americani. Quando sono stati al governo, tra il 2006 e il 2007, hanno appoggiato l'occupazione militare dell'Afghanistan e mandato l’esercito a occupare il sud del Libano.

Avvocati riformisti dell’opposizione filoimperialista

La difesa della Libia contro i bombardamenti imperialisti dovrebbe essere un impulso elementare, non solo per i proletari che si oppongono al dominio capitalista, ma per chiunque provi disgusto per come le potenze imperialiste impongono i loro diktat ai paesi del Terzo mondo con la forza militare schiacciante. Invece, la stragrande maggio-ranza della sinistra “socialista” in tutto il mondo si è adope-rata per schierare i giovani e gli operai dalla parte degli assassini imperialisti, sostenendo l'opposizione.

Lo hanno fatto nel nome della cosiddetta “rivoluzione libica”. Ma che razza di “rivoluzionari” sono quelli che fanno appello agli imperialisti a imporre una “no-fly zone”, a scatenare degli attacchi aerei o ad intervenire in altro modo nel loro paese, come hanno fatto i capi dell'opposizione?

In Francia il Nuovo partito anticapitalista (che in Italia ha i suoi emulatori nel gruppo di Sinistra critica), ha subito giurato il suo “sostegno totale agli insorti”. Questo gruppo socialdemocratico, fondato due anni fa dalla sezione francese del Segretariato unificato pseudo trotskista (Su), concorda con il presidente Sarkozy, che il 10 marzo ha accolto a braccia aperte all'Eliseo alcune figure chiave dell'opposizione a Gheddafi, dichiarando per primo il Consiglio nazionale dell'opposizione governo legittimo della Libia. Il giorno dopo il voto della risoluzione dell'Onu, il Npa ha opinato che “bisognerebbe dare al popolo libico i mezzi per difendersi e le armi che servono a cacciare il dittatore”. Il Npa ha sottoscritto l'appello ad una manifestazione il giorno successivo in appoggio ai fantocci degli imperialisti, tenutasi proprio mentre iniziavano i bombardamenti.

Anche la sinistra italiana è saltata immediatamente sul carro della “opposizione” filoimperialista, facendo la loro parte per preparare il terreno dell’attuale massacro e sprecando aggettivi per descrivere come “una delle più grandi sollevazioni democratiche di tutta la storia del mondo arabo” (sinistracritica.org) o persino la “rivoluzione libica”, una accozzaglia di “democratici” filo-imperialisti, islamisti e pupazzi della Cia, raccolti nella opposizione di Bengasi. La Lit (di cui fa parte il Partito di alternativa comunista) si è spinta al punto da descrivere la Libia come la punta più avanzata della “rivoluzione araba”:

“L'imperialismo ha di fronte in Egitto un'opposizione al regime che non si è posta come obiettivo la distruzione di questo esercito. E' l'opposto di ciò che sta succedendo in Libia. In Libia l'esercito è stato distrutto, settori dei soldati e degli ufficiali disertano passando dalla parte dell'insurrezione. I mercenari stranieri, con buoni salari, difendono Gheddafi; mentre il resto dell'esercito (di leva) si è dissolto ed è passato con gli insorti, essendo crollata la struttura di comando. Con gli insorti ci sono migliaiaia di civili che hanno preso le armi dell'esercito e si sono organizzati per farla finita con la dittatura: è proprio a queste milizie che si stanno unendo soldati e ufficiali. Neppure i politici, funzionari governativi e diplomatici, che hanno rotto con Gheddafi sono la direzione della rivoluzione. (…) Quando hanno cercato di creare un governo provvisorio, come ha fatto l'ex ministro della Giustizia di Gheddafi, sono stati immediatamente sconfessati dalla resistenza”. (Dichiarazione della Lit-Qi, 3 marzo 2011)

Fin dai primi giorni, l’opposizione centrata a Bengasi è stata spalleggiata (anche con l’invio di aiuti e di consiglieri militari) da vari paesi imperialisti. A loro volta, i ribelli di Bengasi hanno puntato le loro carte sulla richiesta di un intervento militare imperialista e hanno salutato a gran voce l’aggressività dell’imperialismo francese, sventolando gigantesche bandiere con scritto “merci Sarkozy” anche se all'inizio erano più riluttanti sulla possibilità di un intervento diretto e di un’occupazione militare imperialista, che ne avrebbero compromesso la credibilità.

Alla campagna stampa per spacciare l'opposizione di Bengasi per dei “rivoluzionari”, si è unito con veemenza anche il Partito comunista dei lavoratori. Marco Ferrando ha cercato di giustificare l'appoggio dell'opposizione agli imperialisti, ammettendo che:

“A fronte di un rapporto di forze militari assolutamente impari, e segnati da una clamorosa impreparazione e disorganizzazione (altro che complotto preordinato!) , non solo la leaderschip [sic] di Bengasi ma la stessa massa degli insorti libici ha salutato l’intervento imperialista come la propria salvezza: quella delle proprie famiglie, e, illusoriamente, della propria ‘rivoluzione’. Chi può francamente meravigliarsi di questo? E’ semmai importante notare che nei giorni iniziali dell’ascesa insurrezionale, la stessa direzione della rivolta e a maggior ragione il senso comune della sua base di massa, non solo non avevano invocato l’intervento occidentale, ma l’avevano ripetutamente e pubblicamente scongiurato”. (“Né pacifisti, nè stalinisti. Contro la guerra, da comunisti rivoluzionari”, 25 marzo)

Di fronte allo sventolio indistinto delle bandiere monarchiche della Libia di Idris (protettorato degli imperialisti britannici), il Pcl ha cercato ipocritamente di convincere i suoi sostenitori che il ricorso alla simbologia del regime filoimperialista di Idris è anzi un simbolo rivoluzionario e democratico:

“La bandiera ‘monarchica’? E' semplicemente la bandiera libica in contrapposizione alla bandiera verde della dittatura. Che prima di Gheddafi vi fosse in Libia una monarchia (giustamente rovesciata nel 69) è un fatto. Ma la bandiera oggi impugnata dalle masse contro Gheddafi non esprime affatto la rivendicazione del ritorno della famiglia Idris. (…) Nella percezione di massa è il simbolo di una rivoluzione nazionale democratica, non di una controrivoluzione monarchica. Si può non vederlo? (“Dalla parte della rivoluzione libica”, 28 febbraio 2011)

Dopo aver fatto gli straordinari per propagandare le forze che hanno appoggiato l’intervento imperialista, i riformisti si sono ritratti di fronte alle conseguenze e adesso fanno appello ad opporsi ai bombardamenti. Inventando una contorta teoria secondo cui l'intervento sarebbe in effetti rivolto contro i ribelli di Bengasi, perché, per citare ancora il Pdac:

“la rivoluzione può rovesciare Gheddafi avendo distrutto l'esercito, con il popolo in armi e senza una chiara opposizione borghese pro-imperialista di ricambio. Una rivoluzione in Libia che si produce nel mezzo della rivoluzione araba in corso. Una vittoria delle masse in queste condizioni mette in pericolo l'intero controllo dell'imperialismo nella regione. Per questo l'imperialismo ha cominciato a intervenire” (ibidem).

In alternativa ai bombardamenti Nato, il Pcl si spinge a fantasticare su piani per mobilitare le masse arabe, inquadrate dagli ufficiali capitalisti dell'esercito egiziano e tunisino, come carne da cannone per la coalizione dei volenterosi:

“Milioni di lavoratori e di giovani egiziani e tunisini guardano con favore la rivoluzione libica, vedendola, giustamente, come un prolungamento della propria rivoluzione. Settori di soldati ed ufficiali democratici dell’esercito, sia in Tunisia che in Egitto, simpatizzano per gli insorti libici. (…) I rivoluzionari tunisini ed egiziani, le sinistre coerentemente democratiche in entrambi i paesi, possono rivendicare la formazione di ‘brigate internazionali arabe’ a sostegno degli insorti libici, il loro addestramento, rifornimento, inquadramento militare, col coinvolgimento indispensabile di quadri militari dei rispettivi eserciti”. (ibidem, 25 marzo).

Diverse organizzazioni staliniste (la Rete dei comunisti, Contropiano o Sinistra popolare, il gruppo di Marco Rizzo), hanno condannato i bombardamenti della Libia, rifiutando di appoggiare l’opposizione filo imperialista in quella che definiscono una “guerra tra fazioni” e mostrando il legame tra gli imperialisti e l’opposizione anti-Gheddafi. Ma la loro politica è altrettanto reazionaria di quella dei sostenitori dell’opposizione. La loro preoccupazione infatti è che la guerra alla Libia danneggi i veri interessi dell’imperialismo italiano. Così Rizzo, riecheggiando gli “argomenti” della Lega Nord, ha dichiarato che:

“La guerra porterà al nostro paese tre risultati sfavorevoli: per primo una bomba migrante che viene indirizzata senza alcuno scrupolo verso le nostre coste, con la totale e pervicace volontà dell’Europa di usare queste persone come carne da macello contro l’Italia scatenando i più bassi istinti razzistici; il secondo è il possibile afflusso di terrorismo; il terzo, non indifferente, la riduzione di risorse petrolifere e dei gas pari ad 1/5 del nostro fabbisogno. Il contraccolpo per l’Italia è abbastanza preoccupante” (agenziastampaitaliana.it).

Per la rivoluzione socialista internazionale

La distruzione dello Stato operaio degenerato sovietico nel 1991-92 ha incoraggiato gli imperialisti, soprattutto quelli americani, a condurre una serie di bombardamenti, di guerre e occupazioni, di paesi più deboli. La controrivoluzione capitalista ha rimosso quello che era stato il principale impedimento alle rapine imperialiste, come si vede oggi nelle occupazioni sanguinose dell'Afghanistan e dell'Iraq.

La “sinistra” socialdemocratica ha contribuito a preparare il terreno per queste atrocità, osannando ogni specie di forze controrivoluzionarie, da Solidarnosc in Polonia a Boris Eltsin e i “democratici” russi. Avendo abbandonato molte delle loro pretese al socialismo proletario, i riformisti marciano sempre più apertamente sotto le bandiere della “democrazia” borghese. Il Su, tra gli altri, promosse l'intervento militare imperialista contro i serbi di Bosnia nel 1995 con l'alibi di portare aiuti umanitari agli operai bosniaci. Quattro anni dopo, gli stessi gruppi chiedevano l'invio di una forza di spedizione umanitaria europea in Kosovo.

Le guerre, le occupazioni e le campagne terroristiche di bombardamenti imperialisti sono parte integrante del sistema capitalista nella sua epoca di decadenza. La corsa a trovare manodopera a buon mercato, materie prime e mercati protetti, che spinge gli imperialisti alle avventure militari all'estero, è accompagnata all'interno da attacchi incessanti alle condizioni di lavoro e ai salari degli operai. L'attuale crisi economica mondiale del capitalismo, ha portato disoccupazione di massa, riduzioni dei salari, tagli ai servizi sociali e un attacco frontale ai sindacati. L'unica via d'uscita è la lotta per delle rivoluzioni proletarie, che abbattano l'ordinamento capitalista. Questo richiede la costruzione di partiti operai rivoluzionari come il Partito bolscevico di Lenin, in Europa come in America, in Nordafrica come in tutto il mondo.

 

Spartaco N. 74

Spartaco 74

Aprile 2011

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