Cina

Difendere ed estendere le conquiste della rivoluzione del 1949!

Per una Cina di consigli operai e contadini in un'Asia socialista!

Sconfiggere l’offensiva della controrivoluzione imperialista! 

Spartaco, n. 63, Febbraio 2004

La Repubblica popolare cinese nacque dalla rivoluzione del 1949 che, a dispetto delle sue profonde deformazioni burocratiche, fu una rivoluzione sociale di portata storico-mondiale. Centinaia di milioni di contadini insorsero impadronendosi della terra su cui i loro antenati erano crudelmente sfruttati da tempo immemorabile. Il dominio dei feroci signori della guerra e delle sanguisughe usuraie, degli avidi proprietari terrieri e della squallida borghesia, fu distrutto.

La creazione di un'economia collettivizzata e pianificata in modo centralizzato pose le basi per un enorme balzo in avanti del progresso sociale, facendo uscire la Cina dalla sua abietta arretratezza rurale. La rivoluzione costituì per le donne una colossale liberazione dal loro vecchio stato miserabile, simboleggiato dalla barbara pratica della fasciatura dei piedi. La nazione, saccheggiata e spartita da più di un secolo tra le potenze straniere, fu unificata e liberata dal giogo dell'imperialismo.

Ma la rivoluzione del 1949 fu deformata sin dall'inizio sotto il dominio del regime del Partito comunista cinese (Pcc) di Mao Zedong, che rappresentava una casta burocratica nazionalista basata sull'economia collettivizzata. A differenza della Rivoluzione russa dell'ottobre 1917, fatta da un proletariato con coscienza di classe guidato dall'internazionalismo bolscevico di Lenin e Trotsky, la Rivoluzione cinese fu il risultato di una guerriglia contadina capeggiata dalle forze nazional-staliniste di Mao. Il regime di Mao, modellato sulla burocrazia stalinista che aveva usurpato il potere politico del proletariato in Unione Sovietica, predicava l’idea profondamente anti-marxista della possibilità di costruire in un solo paese il socialismo, una società egualitaria senza classi basata sull'abbondanza materiale. Nella pratica, il “socialismo in un solo paese”, in Cina come nell'Urss di Stalin e dei suoi eredi, significava l'opposizione alla prospettiva della rivoluzione proletaria internazionale e un adattamento all'imperialismo mondiale.

L'alleanza della Cina con l'imperialismo americano contro l'Unione Sovietica, inaugurata sotto Mao all'inizio degli anni Settanta e continuata dal suo successore, Deng Xiaoping, ha dato un notevole contributo alla distruzione finale dell'Urss con la controrivoluzione capitalista nel 1991-92, una sconfitta storica per la classe operaia internazionale e i popoli oppressi del mondo. Il periodo post-sovietico ha visto la crescita della pressione economica, politica e militare esercitata sulla Cina dall'imperialismo mondiale, specialmente da quello americano. Ad esempio il Pentagono ha portato avanti aggressivamente i piani di sviluppo di un'effettiva capacità di primo colpo nucleare contro il piccolo arsenale nucleare cinese, strategia che la banda di Bush a Washington ha apertamente rivendicato.

La Lega comunista internazionale è per la difesa militare incondizionata dello stato operaio deformato cinese da ogni attacco imperialista e dalla controrivoluzione capitalista. La classe operaia cinese deve spazzar via la burocrazia stalinista, che ha gravemente indebolito il sistema di proprietà nazionalizzata all'interno del paese e ha conciliato l'imperialismo a scala internazionale. Siamo per una rivoluzione politica proletaria che metta il potere politico nelle mani di consigli di operai e contadini. Il compito più urgente di fronte al proletariato cinese è quello di costruire un partito leninista-trotskista, parte di una Quarta internazionale riforgiata, che prepari e guidi questa rivoluzione politica alla testa delle masse lavoratrici e diriga le lotte spontanee e locali degli operai verso la conquista del potere politico.

Il Pcc sta restaurando il capitalismo in Cina?

Da quando il regime di Deng, all’inizio degli anni Ottanta, introdusse le “riforme” economiche orientate al mercato, una corrente dell'opinione pubblica borghese occidentale di crescente influenza, sostiene che il Partito comunista stesso sta restaurando gradualmente il capitalismo in Cina, mantenendo però un saldo controllo del potere politico. Questa posizione ha avuto notevole risonanza alla fine del 2002, quando il Sedicesimo congresso del Pcc ha consentito l'adesione al partito degli imprenditori capitalisti. Sulla stampa occidentale si sono visti titoli come quello del London Guardian (9 novembre 2002): “La Cina volta le spalle al comunismo per unirsi alla lunga marcia dei capitalisti?”

In realtà il congresso non ha introdotto cambiamenti significativi né nella composizione sociale del Pcc, che dopo tutto ha 66 milioni di iscritti, né nella sua ideologia funzionale. Secondo un'indagine ufficiale, su due milioni di imprenditori privati cinesi, solo 600.000 sono iscritti al partito e lo sono da un pò di tempo. Si tratta in stragrande maggioranza di ex quadri dirigenti del Pcc che hanno acquistato le piccole imprese statali che gestivano quando queste sono state privatizzate negli ultimi anni.

Alcuni gruppi che si richiamano falsamente al trotskismo hanno adottato l’idea, oggi alla moda nei circoli borghesi occidentali, per cui la “via capitalista” avrebbe definitivamente prevalso tra coloro che governano la Cina. Commentando il Sedicesimo congresso del Pcc, la tendenza guidata da Peter Taaffe, basata in Gran Bretagna, ha scritto: “La Cina è sulla strada della completa restaurazione capitalista, ma la cricca dirigente cerca di farlo in maniera graduale, mantenendo il controllo repressivo e autoritario” (Socialist, 22 novembre 2002). Definendo il governo cinese un regime restaurazionista-capitalista “autoritario”, i seguaci di Taaffe e affini possono così giustificare il proprio sostegno in Cina alle forze anticomuniste, spalleggiate dagli imperialisti, con l’alibi di promuovere la “democrazia”, proprio come in Unione Sovietica nel 1991 appoggiarono la controrivoluzione “democratica” di Boris Eltsin.

Pur sostenendo che la Cina continua ad essere un'espressione burocraticamente deformata di potere statale proletario, noi non neghiamo né minimizziamo il crescente peso sociale sia dei nuovi imprenditori capitalisti sul continente che della vecchia, radicata borghesia di Taiwan e di Hong Kong. Molti tra i principali funzionari del governo e del partito (come il presidente cinese Hu Jintao) hanno figli, nipoti, fratelli o generi che sono uomini d'affari privati.

Ciononostante il potere politico del corpo principale della burocrazia stalinista di Pechino continua ad essere basato sulle fondamenta collettivistiche dell'economia cinese. Inoltre le scelte economiche del regime del Pcc continuano ad essere condizionate dalla paura di essere rovesciato da una sollevazione sociale, in particolare della classe operaia, come quasi avvenne nel 1989 quando le proteste degli studenti, che chiedevano una liberalizzazione politica e la fine della corruzione, scatenarono una rivolta spontanea degli operai, soppressa con grande spargimento di sangue da unità dell'esercito fedeli al regime.

Una controrivoluzione capitalista in Cina (come avvenne in Europa dell'Est e nell'ex Unione Sovietica) sarebbe accompagnata dal collasso del bonapartismo stalinista e dalla fratturazione politica del Partito comunista al governo. La politica economica del regime stalinista di Pechino, che incoraggia le imprese capitaliste (e il corrispondente spostamento a destra dell’ideologia formale della burocrazia), ha rafforzato le forze sociali da cui si svilupperanno, con l'appoggio degli imperialisti, fazioni e partiti apertamente controrivoluzionari qualora il Pcc non riuscisse più a mantenere l’attuale monopolio del potere politico. Lo si vede già adesso nell'enclave capitalista di Hong Kong, l'unica parte della Cina dove esistono partiti borghesi di opposizione. L'estate scorsa il Partito democratico di Hong Kong ha organizzato grandi mobilitazioni anticomuniste, apertamente sostenute dall'amministrazione Bush a Washington e dai suoi partner minori a Londra (si veda a pagina 22: “Hong Kong - Espropriare la borghesia!”).

Sujian Guo, un intellettuale cinese di destra emigrato negli Usa, ha pubblicato un interessante articolo sul Journal of Contemporary China (agosto 2003) in cui dissente dall'idea che la Cina sia già diventata o stia rapidamente diventando capitalista (“La riforma della proprietà in Cina: verso dove e fino a dove?”). Stando a una breve nota biografica, Guo è un “ex analista politico del Comitato centrale del partito in Cina”. Per le sue idee attuali, Guo minimizza la crescita degli elementi capitalisti dell'economia cinese e attribuisce ai principali dirigenti del Pcc una protratta adesione al socialismo, perlomeno in prospettiva storica. Ma questo fautore anticomunista del “libero mercato” coglie una verità fondamentale che gran parte della sinistra, e tanti sedicenti marxisti, non capiscono:

“Privatizzare le enormi proprietà dello Stato col sistema e la struttura politica esistenti è un vero problema ed è tecnicamente impossibile. L'esperienza di altri paesi ex comunisti ha dimostrato che non vi è neppure un caso in cui le privatizzazioni avrebbero potuto avvenire se il partito comunista fosse rimasto al potere e il suo sistema politico intatto” (sottolineature nell'originale).

Anche i dirigenti del Pcc hanno visto cosa ne è stato delle “Democrazie popolari” dell'Europa dell'Est e dell'ex Unione Sovietica alla fine degli anni Ottanta/inizio anni Novanta, ne hanno tratto delle lezioni e si sono comportati di conseguenza. Hanno tratto delle lezioni anche dalla rivolta di Tiananmnen del 1989, che ha direttamente minacciato di rovesciarli. Hanno deciso che non ci sarebbe stata nessuna liberalizzazione politica, neppure a livello accademico/intellettuale. Il regime di Jiang Zemin, succeduto a Deng alla sua morte nel 1997, è riuscito ad impedire ogni opposizione e fazione organizzata in quello che storicamente è un partito stalinista dominante piuttosto frazionista. Sul continente non sembrano esservi importanti movimenti o ambienti dissidenti né a sinistra né a destra della direzione centrale del Pcc.

L'ultima illusione dello stalinismo cinese

L'elevato tasso di crescita economica della Cina negli ultimi anni, in un periodo tra l'altro di generale recessione del mondo capitalista, ha generato un’atmosfera trionfalista nella direzione e tra i quadri del Pcc e tra gli intellettuali ad essa legati. Sicuramente molto diversa da quella che si incontra tra i milioni di operai licenziati dalle imprese statali, tra i miserabili emigranti delle campagne o tra i contadini poveri che riescono a malapena a sopravvivere lavorando appezzamenti minuscoli con attrezzature rudimentali.

Ma tra gli intellettuali cinesi di idee politiche convenzionali si diffonde sempre più l'idea che il paese ha trovato una via intermedia tra l'anarchia del “libero mercato” capitalista e le rigidità della “economia di comando” stalinista vecchio stile.

Da giovani, Jiang Zemin, Hu Jintao ecc., sostenevano senza dubbio la dottrina mao-stalinista secondo cui la Cina stava “costruendo il socialismo” con le sue sole forze e senza aiuti esterni. Ora considerano quest’idea un “pensiero dogmatico” e si considerano dei realisti ostinati che affrontano il mondo reale. Ma Jang, Hu e soci, sono spinti da illusioni di grandezza che superano di molto le più folli fantasticherie del Presidente Mao.

Gli attuali dirigenti del Pcc credono di poter modernizzare la Cina, trasformandola in una grande potenza mondiale, la superpotenza globale del Ventunesimo secolo, integrandola sempre più nell'economia capitalista mondiale. Sono veramente convinti di poter controllare e manovrare Citibank, la Deutsche Bank o la Banca di Tokyo-Mitsubishi usandole per far crescere la Cina in modo che nel giro di una o due generazioni questa superi gli Stati Uniti, la Germania e il Giappone. Convinti di trasformare la Cina in una superpotenza globale, stanno invece preparando il terreno per riportare la Cina all'epoca pre-rivoluzionaria del più spietato giogo imperialista.

L'aumento dell’aggressività degli imperialisti nei confronti della Cina dopo il collasso dell'Unione Sovietica è una prova sufficiente del fatto che le borghesie del mondo non acconsentiranno alle ambizioni di grande potenza della burocrazia di Pechino. Nell'ultimo decennio il Pentagono ha riposizionato buona parte delle sue forze militari lungo il Pacifico, e ha sviluppato i piani di “difesa missilistica di teatro”. Con l’incursione in Afghanistan e nell'Asia centrale e la rinnovata presenza militare nelle Filippine e in altri paesi, gli Usa hanno rafforzato l’accerchiamento della Cina. Da parte sua Pechino, dando il suo benestare alla “guerra al terrorismo” capeggiata dagli Usa, ha solo incoraggiato la pressione controrivoluzionaria dell'imperialismo Usa. La leadership cinese si è unita pure alla crociata contro il programma di armamenti nucleari della Corea del Nord, un tradimento nazionalista che mina lo stesso stato operaio deformato cinese: la controrivoluzione capitalista in Corea del Nord può solo incoraggiare le forze della restaurazione capitalista che puntano alla Cina.

E’ certo che gli stalinisti al governo in Cina non sono semplicemente supini di fronte all'accerchiamento militare americano. Lo testimonia la loro vigorosa risposta alla provocazione dell'aereo spia americano due anni fa. Il regime del Pcc si è anche opposto alle richieste americane di imporre un embargo allo stato operaio deformato nordcoreano. Ma la pia illusione degli stalinisti che possa esservi una “coesistenza pacifica” con l'imperialismo può solo addormentare la vigilanza delle masse cinesi e minare la difesa del loro stato operaio.

L'alternativa ad una sanguinosa controrivoluzione appoggiata dagli imperialisti è una rivoluzione politica proletaria. Negli ultimi anni ci sono state vaste e diffuse proteste popolari e lotte sindacali, specialmente a causa dei licenziamenti di massa nelle industrie statali. Fino ad ora il governo, combinando repressione e concessioni, è riuscito a contenerle al livello di azioni economiche localizzate. Ma la Cina è una società profondamente instabile. Prima o poi le esplosive tensioni sociali scuoteranno la struttura politica della casta burocratica dominante. E quando questo avverrà, il destino del paese più popoloso della terra sarà posto in modo definitivo: o una rivoluzione politica proletaria che apra la strada al socialismo, o la schiavitù capitalista e il giogo imperialista.

Il risultato di questa gigantesca battaglia avrà un'importanza decisiva per le masse lavoratrici non solo in Cina ma nel mondo intero. La restaurazione del capitalismo in Cina, come la distruzione controrivoluzionaria dell'Unione Sovietica, incoraggerebbe gli imperialisti ad attaccare ancor più i lavoratori e i popoli semi coloniali. Farebbe aumentare le rivalità tra imperialisti per decidere chi debba sfruttare la Cina, portando il pianeta ancor più vicino ad una nuova guerra mondiale tra imperialisti. Ciò sottolinea l'obbligo del proletariato mondiale a schierarsi in difesa delle conquiste della Rivoluzione cinese. D'altra parte, una rivoluzione politica sotto la bandiera dell'internazionalismo proletario scuoterebbe davvero il mondo.

Un governo di consigli operai e contadini esproprierebbe senza compenso le centinaia di miliardi di dollari di beni produttivi posseduti dai capitalisti cinesi e dagli investitori occidentali e giapponesi. Ristabilirebbe un'economia pianificata e gestita in modo centralizzato, compreso il monopolio di Stato sul commercio con l'estero, governata non dal “comando” arbitrario di una casta burocratica chiusa (che ha prodotto disastri come il “Grande balzo in avanti” maoista) ma dalla più ampia democrazia proletaria.

Misure del genere incontrerebbero la violenta ostilità, militare ed economica, degli imperialisti (ad esempio, un embargo economico). Ma incontrerebbero enorme simpatia e solidarietà tra gli operai e gli oppressi in tutto il mondo, incluse le metropoli imperialiste.

Può darsi che agli operai cinesi, persino quelli più di sinistra, imbevuti delle prediche staliniste sul “socialismo in un paese solo”, la prospettiva di una rivoluzione socialista nei paesi capitalisti avanzati sembri remota o utopica. Ma una rivoluzione proletaria in Cina farebbe a pezzi il clima ideologico della “morte del comunismo” propagandato dalla borghesia dopo la distruzione dell'Unione Sovietica. Radicalizzerebbe il proletariato giapponese, il motore industriale dell'Asia orientale. Scatenerebbe la lotta per la riunificazione rivoluzionaria della Corea (con la rivoluzione politica nel Nord assediato e la rivoluzione socialista nel Sud) e si diffonderebbe tra le masse dell'Asia meridionale, dell'Indonesia e delle Filippine, dissanguate dall'austerità imperialista. Risveglierebbe i lavoratori della Russia, abbattuti da una decennio di immiserimento capitalista.

Solo rovesciando il dominio di classe dei capitalisti a scala internazionale, in particolare nei centri imperialisti del Nordamerica, dell'Europa occidentale e del Giappone, è possibile modernizzare la Cina come parte di un'Asia socialista. E' per fornire la direzione necessaria al proletariato in queste lotte che la Lci cerca di riforgiare la Quarta internazionale di Trotsky, il partito mondiale della rivoluzione socialista.

 Le fondamenta collettiviste dell'economia cinese

La direzione del Pcc definisce ufficialmente la Cina una “economia socialista di mercato”. Sono gli aspetti “socialisti” (o meglio, collettivisti) che hanno determinato gli sviluppi economici positivi della Cina negli ultimi anni: la grande crescita degli investimenti nelle infrastrutture (edilizia urbana, canali, ferrovie o il gigantesco progetto della Diga delle Tre Gole); la capacità della Cina di superare la crisi economico/finanziaria dell'Asia orientale del 1997-98 e il successivo periodo di generale recessione capitalista mondiale. E sono gli aspetti di mercato dell'economia cinese che hanno determinato gli sviluppi negativi: il crescente divario tra ricchi e poveri, il licenziamento di milioni di operai delle imprese di Stato, la povertà di una parte sempre più grande della popolazione, l'esercito miserabile degli emigranti che non riescono più a sopravvivere nelle campagne.

In Cina continuano a predominare gli elementi collettivizzati centrali dell'economia, anche se in modo instabile e incoerente per l'interagire mutevole di disposizioni istituzionali e politiche governative contraddittorie. Nel 2001 le imprese totalmente o parzialmente di proprietà dello Stato (partecipate) fornivano il 57 percento del valore lordo della produzione industriale cinese (Annuario statistico della Cina [2002]). Ma questo semplice dato statistico oscura l’importanza strategica dell'industria statale. Il settore privato (incluso quello di proprietà straniera) consiste in gran parte di fabbriche che producono manufatti leggeri con metodi ad alta intensità di manodopera. L'industria pesante, il settore dell'high-tech, la produzione di armi moderne sono concentrate nelle imprese di Stato. Queste imprese hanno consentito alla Cina di mettere in orbita un uomo. Cosa più importante, l'industria di stato ha consentito alla Cina di costruire un arsenale nucleare e di missili a lunga gittata per tenere a bada la minaccia di primo colpo nucleare degli imperialisti americani.

Tutte le banche importanti in Cina sono di proprietà dello Stato. La quasi totalità dei risparmi domestici (valutati in mille miliardi di dollari) sono depositati nelle quattro principali banche commerciali di Stato. Il controllo del governo sul sistema finanziario è stato decisivo per mantenere e accrescere la produzione nelle industrie di stato e per la crescita complessiva del settore statale.

Tra il 1998 e il 2001 le spese pubbliche in Cina sono aumentate dal 12 al 20 percento del prodotto interno lordo. La componente più importante e dinamica delle spese governative sono state gli investimenti nelle infrastrutture, aumentati dell'81 percento negli ultimi tre anni. Per di più in un periodo in cui l'intero mondo capitalista (inclusi i paesi più ricchi del Nord America e dell'Europa occidentale) ha perseguito l'austerità fiscale. Le spese totali previste per la costruzione di una rete di canali d'irrigazione nel Nord, tra lo Yangtze e il Fiume Giallo, è di 59 miliardi di dollari. Altri 42 miliardi verranno spesi per prolungare il sistema ferroviario statale cinese. A mo’ di paragone, l’anno scorso gli investimenti stranieri diretti in Cina, di qualsiasi origine, hanno raggiunto un totale di 53 miliardi.

Il fatto che la proprietà del sistema finanziario resti nelle mani dello Stato ha consentito finora al regime di Pechino di controllare efficacemente (anche se non del tutto) il flusso di capitale liquido che entra e esce dalla Cina continentale. Lo yuan (o renminbi), la valuta cinese, non è liberamente convertibile. Non può essere scambiata (legalmente) sui mercati valutari internazionali. La limitata convertibilità dello yuan ha protetto la Cina dai rapidi movimenti di capitali a breve termine (“capitali speculativi”) che seminano periodicamente il caos nelle economie dei paesi neocoloniali del Terzo mondo, dall'America latina all'Asia orientale.

Inoltre nell'ultimo anno il governo di Pechino ha sostenuto una crescente svalutazione dello yuan (nei termini del “libero mercato”), con gran dispiacere dei capitalisti americani, europei e giapponesi. Un paese capitalista imperialista di secondo rango come la Gran Bretagna non avrebbe potuto controllare il tasso di cambio della sua valuta sui mercati mondiali come ha fatto la Cina. Nel giro di qualche mese, se non di settimane, il capitale monetario speculativo avrebbe invaso la City di Londra, costringendola a rivalutare verso l'alto la sterlina, indipendentemente da quello che avrebbe voluto o potuto fare il governo Blair.

Sono proprio le fondamenta collettiviste dell'economia cinese appena descritte che le forze dell'imperialismo mondiale vogliono smantellare e distruggere. Il loro obiettivo finale è quello di ridurre la Cina ad una gigantesca officina supersfruttata sotto il giogo neocoloniale. Jonathan Anderson, “l'esperto” per la Cina di Goldman Sachs, banca d'investimenti di Wall Street, afferma: “il punto fondamentale è che la Cina sta diventando un asse manifatturiero per il resto del mondo per quanto riguarda i beni di scarsa qualità, ad alta intensità di manodopera. Contrariamente ai timori attuali, il resto del mondo sta diventando un asse manifatturiero per la Cina per quanto riguarda i prodotti di qualità, ad alta intensità di capitale” (London Financial Times, 25 febbraio). L'uomo della Goldman Sachs in questo caso proietta sull'attuale realtà economica della Cina i piani di Wall Street per il futuro del paese.

Ma l'abbandono da parte della burocrazia di Pechino del rigido monopolio statale sul commercio con l'estero facilita i piani di Wall Street. Nonostante la rapida crescita degli ultimi anni, l'economia cinese è arretrata anche rispetto alle meno importanti tra le potenze capitaliste imperialiste. A Pechino sono in corso giganteschi lavori di costruzione e si vedono ruspe ovunque. Ma un compagno che ha recentemente visitato la Cina ha detto a Workers Vanguard: “Le squadre di muratori sono sempre numerose, senza macchine di movimento-terra, se non pale e picconi. Alla periferia di Pechino ho visto 30 persone che costruivano un muro di mattoni alto un metro, con due carri di mattoni trainati da cavalli”.

Anche se le esportazioni cinesi negli Usa e negli altri paesi occidentali continuano a crescere a livelli record, si tratta soprattutto di manufatti leggeri di basso valore e di articoli di consumo come vestiti, giocattoli e oggetti domestici. Come osserva Jonathan Anderson, la crescita del prodotto industriale lordo cinese da 480 a 1.300 miliardi di dollari tra il 1993 e il 2002 è stata quasi completamente assorbita dall’aumento di acquisti lordi di prodotti industriali, cioè macchinari e beni strumentali.

L'industria cinese, con la sua produttività del lavoro relativamente bassa, non può competere sul mercato mondiale con le economie di Usa, Giappone ed Europa occidentale. Ciò che Trotsky scrisse per confutare la dottrina stalinista del “socialismo in un paese solo” in Urss conserva tutta la sua forza per la Cina di oggi:

“Con le cifre delle esportazioni e delle importazioni il mondo capitalista ci indica che ci sono altri metodi di pressione che non l'intervento militare. Poiché la produttività del lavoro e del sistema sociale, nel suo insieme sono calcolati sul mercato dal rapporto dei prezzi, l'economia sovietica è minacciata piuttosto dall'intervento di merci capitaliste a buon mercato che da un intervento militare”.

(La Terza internazionale dopo Lenin, 1928)

L'arma principale di uno stato operaio isolato ed economicamente arretrato contro l'intervento di merci a buon mercato è il monopolio statale sul commercio con l'estero, lo stretto controllo di importazioni ed esportazioni da parte del governo. Ma la risposta definitiva all'arretratezza economica della Cina e l'unica strada verso una società socialista, ovvero senza classi ed egualitaria, sta nella rivoluzione socialista mondiale e nell'integrazione della Cina in un'economia pianificata a scala internazionale.

 La strategia economica degli imperialisti per restaurare il capitalismo

Consideriamo il programma di ulteriori “riforme” economiche per la Cina propugnato dai rappresentanti e portavoce dell'imperialismo mondiale, in particolare di quello americano, riassunto alcuni anni fa in un rapporto sulla Cina della Banca Mondiale di Washington: “La raccomandazione più importante è un cambiamento del ruolo del governo da controllore e produttore ad architetto di un sistema più auto-regolabile ed auto-adattabile”.

Come prima cosa si “raccomanda” alle banche di Stato di tagliare i crediti alle imprese statali in perdita ed imporre tassi d'interesse più alti e termini di pagamento più restrittivi a quelle in attivo. Una politica di “austerità monetaria” da parte delle banche cinesi getterebbe altri milioni di operai in mezzo alla strada. E smantellerebbe definitivamente gran parte della moderna industria cinese di beni di produzione ad alta intensità di capitale (macchinari industriali, apparecchiature elettriche pesanti, macchine agricole, materiali da costruzione).

Ma in fondo ciò che vogliono i capitalisti giapponesi e occidentali è mettere le loro banche al posto di quelle cinesi di Stato. L'apertura del sistema finanziario cinese alle banche estere porterebbe ad una gigantesca fuga di fondi dato che le banche cinesi non possono offrire gli alti tassi d'interesse disponibili sui mercati monetari internazionali. Gran parte del surplus economico prodotto in Cina verrebbe drenato dalle banche di Wall Street, della City di Londra, di Francoforte e Tokyo. I soldi verrebbero poi usati per acquistare titoli di imprese e di Stato negli stati imperialisti d'America, Giappone e Europa. I risparmi degli operai e dei lavoratori agricoli cinesi contribuirebbero letteralmente a pagare i missili nucleari del Pentagono puntati sulla Cina! Ora come ora, ed è un vero e proprio crimine contro il popolo cinese, la burocrazia traditrice di Pechino sta acquistando buoni del Tesoro americano con le sue vaste riserve in valuta estera, e ha promesso di comprarne altri.

Negli ultimi anni, le agenzie del capitale finanziario imperialista come il Fondo monetario internazionale hanno “consigliato” al governo cinese di ridurre il deficit di bilancio, tagliando gli investimenti nelle infrastrutture. Misure di austerità fiscale distruggerebbero il livello di vita di molti tra i più poveri e oppressi lavoratori cinesi. Nell'edilizia urbana di Shanghai e Pechino lavorano soprattutto emigranti delle campagne. I grandi progetti dell'interno (canali e ferrovie) danno lavoro ai contadini poveri dei villaggi. Inoltre il taglio di questi progetti ritarderebbe e invertirebbe lo sviluppo economico cinese. L'estensione della rete ferroviaria ad esempio è assolutamente essenziale per legare economicamente le province costiere più ricche con le regioni più arretrate della Cina centrale e occidentale.

Negli ultimi mesi la principale richiesta economica dei circoli dominanti americani, europei e giapponesi al governo cinese è stata quella di rivalutare verso l'alto lo yuan. Una misura del genere, aumentando il prezzo dei manufatti cinesi sul mercato mondiale, diminuirebbe bruscamente il volume delle esportazioni e delle entrate cinesi. Molte imprese private e di stato sarebbero costrette a licenziare, a ridurre la produzione e in alcuni casi a fallire.

Dietro l'attuale pressione delle borghesie americana, europee e giapponese c'è l'attacco di fondo al sistema finanziario statale della Cina. Gli imperialisti vogliono costringere il governo di Pechino a rendere completamente convertibile lo yuan per spalancare la Cina alla penetrazione finanziaria illimitata delle banche di Wall Street, Francoforte e Tokyo.

Privatizzazioni: apparenza e realtà

Negli ultimi vent'anni è stata privatizzata una parte importante dell'industria statale (sia come numero di imprese, forza-lavoro o volume della produzione). Molte piccole imprese sono state semplicemente vendute a privati, di solito gli stessi amministratori che le avevano gestite. Le grandi imprese invece sono state “privatizzate” tramite schemi azionari. Circa dieci anni fa, quando la Cina ha aperto il suo primo mercato azionario, molti media borghesi occidentali hanno salutato questa decisione come prova tangibile che la Cina “comunista” aveva fatto un passo decisivo sulla strada del capitalismo. Ma cosa è successo in realtà?

In alcuni casi il governo detiene la maggioranza, in altri un’importante minoranza delle azioni delle 1.240 società quotate nelle due principali borse cinesi. Ma anche queste ultime rimangono in effetti sotto il controllo del governo, dato che il Pcc ha mantenuto il monopolio del potere politico. In Cina non c'è democrazia operaia. Ma non c'è nemmeno democrazia per gli azionisti. Un azionista scontento e abbastanza sfacciato da organizzare una rivolta per cacciare un manager in carica, gente che di solito ha buoni appoggi politici tra i quadri del Pcc, si troverebbe subito in una brutta situazione.

Gli azionisti delle imprese cinesi non hanno diritti di proprietà nel senso capitalista occidentale. Hanno diritto ai dividendi generati dai loro beni finanziari e possono vendere le azioni e ricavare un guadagno netto sul prezzo di acquisto, se sono intelligenti o fortunati. Ma non possono decidere né influenzare il management e la politica aziendale che sono determinate da pressioni politiche ed economiche diverse e spesso conflittuali.

Ne é un chiaro esempio la Golden Summit, un'impresa produttrice di cemento della provincia occidentale del Sichuan. Fondata alla fine degli anni Ottanta la Golden Summitt venne quotata in borsa a Shanghai all'inizio degli anni Novanta, rivelandosi molto redditizia. Nel 1997 il direttore generale della ditta, Gu Song era anche (cosa abbastanza comune) vice-segretario del Pcc di Leshan. In questa duplice veste fece sì che la Golden Summitt acquistasse la Dadu River Steel, un'impresa statale della città che invece era in perdita. Ovviamente l'acquisizione non aveva senso dal punto di vista economico. Perché allora era stata fatta? Perché gli operai della Dadu River Steel avevano inscenato violente proteste per i salari non pagati e la direzione locale del Pcc aveva usato le vaste riserve di liquidità della Golden Summit per placare l'agitazione operaia nella sua sfera di competenza. Una decisione manageriale che toccava gli assetti finanziari della ditta fu presa su basi politiche e non economiche.

Un libro sulla struttura finanziaria cinese appena pubblicato da due economisti australiani descrive il vero carattere delle società per azioni:

“Il problema fondamentale del mercato azionario cinese è che l'alta concentrazione proprietaria riflette in realtà il persistente predominio della proprietà statale in molte società quotate... Perciò, per la stragrande maggioranza delle società quotate, non esiste in realtà un mercato per il controllo delle aziende e si può concludere che i manager corrono un rischio bassissimo di essere puniti per decisioni sbagliate sia dall'‘interno’ che dall'‘esterno’. Bisogna anche notare che l'influenza dello Stato va ancor più in profondità della sua posizione proprietaria dominante” (James Laurenceson e Joseph C.H. Chai, Financial Reform and Economic Development in China, 2003).

Gli autori continuano citando uno studio che dimostra che “la rappresentanza statale nei consigli d'amministrazione di molte società quotate eccede di gran lunga quella giustificata dalla pur notevole proprietà azionaria”.

Inoltre i mercati azionari e dei titoli cinesi non sono che una minima parte del totale dei beni finanziari, che restano quasi tutti in mano alle banche di stato. Così le società azionarie dipendono dai crediti bancari per la maggior parte dei loro finanziamenti. Insomma, le società quotate nelle due borse principali hanno solitamente lo stesso management e gli stessi accordi finanziari di quando erano imprese di Stato.

Ci si può ragionevolmente chiedere: se questo è vero oggi, lo sarà anche domani? La risposta sarà decisa dal conflitto politico, non da un cambiamento delle regole del mercato azionario cinese.

L'estate scorsa è stato per la prima volta consentito agli investitori stranieri l'acquisto (entro stretti limiti) della principale categoria di azioni (emesse in yuan) del mercato azionario cinese. Un singolo investitore straniero non può possedere più del 10 percento del capitale di mercato di una società, e tutti gli investitori stranieri insieme non possono superare il 20 percento. Il primo istituto finanziario a cogliere l’occasione è stata la grande banca svizzera UBS, che ha comprato tra l'altro azioni della Baoshan Iron and Steel, la più grande acciaieria cinese.

Cosa succederebbe se l'UBS e altre banche straniere fossero scontente della redditività del loro investimento nella Baoshan? Probabilmente si limiterebbero a rivendere le azioni, magari in perdita. Ma supponiamo che un gruppo di banche occidentali corrompesse dei funzionari economici cinesi perché appoggino la cacciata del management in carica e lo sostituiscano con uno di gradimento delle banche. Un simile tentativo delle banche occidentali di prendere il controllo effettivo del più grande produttore d'acciaio cinese sarebbe una sfida diretta all'autorità politica del governo del Pcc. Per conservare la sua autorità il governo cinese dovrebbe processare i funzionari corrotti e prendere misure punitive contro le banche straniere. Altrimenti molti manager di industrie e banche statali diventerebbero agenti pagati dai finanzieri e dagli industriali imperialisti, il governo perderebbe la capacità di realizzare la sua politica economica e il Pcc si disintegrerebbe in un'orgia di fazioni come il Partito comunista sovietico nell'era di Gorbaciov (1985-91).

Ma la disintegrazione in fazioni della burocrazia stalinista cinese aprirebbe anche la situazione politica all'intervento di forze sociali dal basso, specialmente della classe operaia. Si assisterebbe probabilmente alla formazione di sindacati indipendenti e comitati di fabbrica, di gruppi e partiti di sinistra. Alla fine, i capitalisti occidentali, giapponesi e cinesi esiliati, potrebbero vedere il loro attuale avamposto nella Repubblica popolare di Cina distrutto da una rivoluzione politica proletaria.

Il sistema finanziario cinese

Il principale cambiamento strutturale dell'economia cinese degli ultimi vent'anni è il modo di finanziare le imprese statali. Nel vecchio sistema di pianificazione centralizzata, le imprese i cui costi eccedevano le entrate, per qualsiasi ragione, ricevevano prestiti non rimborsabili dal Ministero ad esse preposto. Si usavano prestiti non rimborsabili anche per finanziare l'incremento di produzione delle imprese col rinnovamento dei macchinari o la costruzione di nuovi reparti.

Con l'introduzione del “socialismo di mercato” all'inizio degli anni Ottanta, le imprese avrebbero dovuto diventare finanziariamente autosufficienti e massimizzare i profitti. I finanziamenti esterni sarebbero stati forniti dai prestiti delle banche commerciali statali, da restituire con gli interessi. Non sappiamo se Deng e gli altri che architettarono il programma di “riforme” si aspettassero davvero che il sistema funzionasse in accordo con la nuova dottrina economica e le sue linee guida politiche. Com'era prevedibile, il sistema non funzionò. Se tutte le imprese che non poterono rimborsare i prestiti avessero chiuso, la Cina sarebbe da tempo un'area economicamente disastrata. Ciò fu impedito ed i crediti bancari “in sofferenza” divennero il sostituto dei finanziamenti diretti del governo, ma senza alcuna pianificazione, in maniera inadeguata ed estemporanea.

Si dimenticano o addirittura si aumentano i crediti bancari effettuati ad industrie in perdita o anche in attivo, senza nessuna aspettativa realistica di rientro. Di conseguenza, tutte le principali banche cinesi sono tecnicamente “insolventi”, dato che i loro crediti “in sofferenza” superano il loro attivo. Questa situazione dura da molti anni, da quando il governo finanzia le banche che, a loro volta, finanziano le imprese.

Nel 1998-99 la banca centrale ha dato 200 miliardi di dollari alle principali banche commerciali in cambio di un valore equivalente di crediti sofferenti. Il debito delle imprese è stato poi trasferito alla Società di gestione del patrimonio (Sgp) di proprietà statale, che avrebbe dovuto riscuoterne una parte e/o vendere a privati le imprese insolventi. La Sgp ha fatto ben poco in entrambi i sensi.

La relativa stabilità del sistema finanziario cinese poggia su due pilastri. Il primo è che tutti sanno che dietro alle banche c'è il governo. Il secondo è che le banche private, specie quelle straniere, non possono ancora competere con loro. Nel 2002 un rapporto dell’agenzia americana di rating del credito Moody’s concluse: “Anche se il sistema bancario cinese è tecnicamente insolvente, la forte liquidità ammortizza le frizioni. L'alto livello di depositi riflette la fiducia del pubblico nelle banche statali”.

Gli esperti dell'imperialismo occidentale sanno che la privatizzazione e ancor più l'internazionalizzazione del sistema finanziario sono passi necessari per spezzare il potere economico del regime del Partito comunista cinese. Il London Economist (8 marzo 2003) organo ufficioso dei banchieri inglesi e americani, ha scritto:

“Tutte le banche cinesi sono gestite direttamente o indirettamente dallo Stato. A livello centrale e locale il governo interferisce nella nomina dei manager e nei crediti. Non esiste niente che assomigli ad una banca cinese meritocratica guidata dal mercato. Senza controllo, sarà difficile per gli investitori stranieri crearne uno. I cinesi non hanno nessuna intenzione di cedere il loro”.

I mugugni dell'Economist mostrano che le banche straniere sono state sinora tenute ai margini del sistema finanziario cinese, specie nel settore del commercio con l'estero. Ovviamente il capitale finanziario internazionale ha esercitato forte pressione contro questi impedimenti. Ad esempio all'inizio del 2003, il gigante di Wall Street, Citybank, ha potuto acquistare il 5 percento della nona banca commerciale cinese. Poi ha lanciato un'emissione congiunta di carte di credito su misura per la nuova ricca élite di imprenditori capitalisti, alti funzionari del governo e del partito, personalità piccolo-borghesi (ingegneri, accademici). Per Citybank è solo una via per penetrare ancor più profondamente nel sistema finanziario cinese. “La Cina è una delle ultime grandi frontiere della finanza” ha proclamato Richard Stanley, il capo delle operazioni di Citibank ad Hong Kong (Wall Street Journal, 15 settembre 2003).

Jiang Zemin e i suoi hanno capito che l'apertura del sistema finanziario cinese alle banche straniere avrebbe conseguenze economiche disastrose, tra cui l’incapacità del governo di finanziare le sue spese. Perciò l'accordo con cui la Cina è entrata nell'Organizzazione mondiale per il commercio (Omc) due anni fà, ha rinviato al 2006 la “liberalizzazione” del settore finanziario. Solo allora la Cina dovrebbe consentire alle banche straniere di competere alla pari con le banche di Stato. Ma ciò che accadrà da qui a tre anni non sarà deciso automaticamente dai piani stabiliti dall'Omc. Decisivo sarà il conflitto sociale interno in Cina e tra la Cina e le forze dell'imperialismo capitalista. Negli ultimi mesi i conflitti economici tra lo stato operaio deformato cinese e l'imperialismo, specie americano, sono venuti alla ribalta. 

La battaglia dello yuan

Lo yuan non è convertibile su quello che gli economisti borghesi chiamano il conto capitale delle transazioni internazionali. Gli imprenditori cinesi e i manager delle imprese di stato possono acquistare valuta straniera contro yuan (previa approvazione della banca centrale) solo per pagare importazioni e spese collegate. La valuta estera acquistata da cittadini cinesi del continente dev’essere trasferita alla banca centrale in cambio di yuan.

Negli ultimi anni si è assistito alla prevedibile crescita del volume di movimenti valutari illegali da e verso la Cina, soprattutto ad opera di finanzieri di Hong Kong. Non esistono stime accurate delle dimensioni di questo flusso illegale, ma non ha ancora raggiunto il punto di influenzare seriamente l'economia cinese o la politica economica del governo.

Da circa dieci anni la Cina ha vincolato lo yuan al dollaro. Ma col deprezzamento di quest’ultimo rispetto all'euro, allo yen e a molte altre valute, il prezzo dei manufatti esportati dalla Cina è caduto bruscamente sul mercato mondiale. Molti esperti del settore stimano che se lo yuan venisse scambiato liberamente, aumenterebbe dal 20 al 40 percento sul dollaro.

Molti grandi istituti finanziari americani (ma anche europei o giapponesi) traggono vantaggio dall'attuale svalutazione dello yuan. Più della metà dei manufatti esportati dalla Cina sono prodotti in fabbriche di proprietà straniera o di joint ventures. Tra le prime dieci società che esportano dalla Cina ci sono Dell computer e Motorola. Sull'altra sponda del Pacifico, la gigantesca catena di vendita al dettaglio Wal-Mart assorbe il 10 percento delle merci cinesi esportate negli Usa.

Ma la gran maggioranza dei capitalisti americani del settore manifatturiero si vede (a ragione) danneggiata dalle pratiche commerciali “disoneste” della Cina. La primavera scorsa il vicepresidente dell'Associazione nazionale manifatture, Franklin Vargo, ha detto al Congresso: “Dobbiamo costringere la Cina a smetterla di  manipolare la sua valuta e a consentire che il cambio yuan-dollaro venga deciso dal mercato” (Business Week, 7 luglio). Una lobby di senatori e deputati democratici e qualche repubblicano insiste per una legge che imponga tariffe aggiuntive sulle importazioni dalla Cina per “compensare” la svalutazione dello yuan. Tutti i pezzi grossi del capitale finanziario internazionale (capi delle banche centrali americana e dell'Unione europea, direttori del Fondo monetario internazionale) hanno insistito con Pechino perché rivaluti lo yuan.

Ma su questo la dirigenza cinese non ha ceduto di un millimetro. Il Presidente cinese Hu Jintao ha dichiarato: “Mantenere stabile il tasso di cambio del renminbi aiuta la performance economica della Cina ed è conforme alle necessità dello sviluppo economico della regione Asia-Pacifico e del mondo intero”.

Come contentino diplomatico agli imperialisti, Hu ha promesso di istituire un gruppo “di studio” sul modo per rendere convertibile la valuta cinese in futuro. Quanto lontano? La Far East Economic Review (29 maggio), rivista ben informata di Hong Kong, ha scritto: “Il renminbi non è liberamente convertibile in conto capitale e la maggior parte degli analisti non si aspetta cambiamenti nei prossimi anni. Si teme che l'apertura prematura dei conti capitale del paese determini una gigantesca fuga per la sfiducia nel sistema bancario”.

Ma se gli strateghi di Pechino pensano di mantenere il tasso di cambio attuale e gli attuali assetti monetari internazionali per qualche anno, potrebbero non riuscirci. L'enclave capitalista di Hong Kong è una falla sempre più grande attraverso cui transazioni valutarie illegali scorrono in entrambe le direzioni. L'espropriazione dei finanzieri di Hong Kong e di altri settori della sua borghesia è d’importanza vitale per proteggere l'economia cinese dall'attacco distruttivo delle banche di Wall Street, Francoforte e Tokyo.

La questione agraria nuovamente alla ribalta

Di solito le discussioni sull'economia cinese e la presunta “transizione al capitalismo” nei media borghesi occidentali si concentrano su industria e finanza. Ma su 1,3 miliardi di abitanti cinesi, 700 milioni lavorano ancora nell'agricoltura. La principale forza motrice della rivoluzione del 1949 fu un'enorme insurrezione contadina contro la classe dei proprietari terrieri, molti dei quali ebbero ciò che meritavano per mano di quelli che avevano sfruttato ed oppresso brutalmente. Tutte le terre agricole vennero nazionalizzate.

Una delle prime “riforme” economiche del regime di Deng fu la decollettivizzazione dell'agricoltura. Ad ogni famiglia contadina fu assegnato un piccolo appezzamento in usufrutto. Ma la terra non fu privatizzata e si imposero limitazioni alle cessioni dei titoli di usufrutto. Ciononostante, la competizione tra piccoli proprietari contadini ebbe necessariamente il risultato di una crescente differenziazione economica nei villaggi rurali. Emerse una classe di contadini ricchi che, in modo illegale o semilegale, è riuscita a sfruttare il lavoro dei suoi vicini più poveri. Ma è chiaro che la struttura agraria cinese resta fondamentalmente diversa ad esempio da quella dell'India, dove più di cento milioni di braccianti senza terra lavorano i grandi latifondi di ricchi proprietari terrieri.

Ma con l’ingresso nell’Omc, l'attuale struttura dell'economia agricola cinese non potrà essere mantenuta a lungo. Se è possibile in qualche modo proteggere le imprese industriali dalla crescente competizione delle importazioni, col ricorso ai finanziamenti del governo tramite le banche, non c'è modo per i piccoli proprietari contadini cinesi di competere con l'agribusiness americano e degli altri paesi esportatori di alimenti, gestiti scientificamente e con grandi capitali. Pur avendo ridotto le tariffe e le quote di produzione agricola, il governo di Pechino ha usato anche altri strumenti protezionisti. L'anno scorso ha applicato alle importazioni nuove “regole di sicurezza” sui cereali geneticamente modificati. Quest'anno ha bloccato delle partite di semi di soia degli Usa, del Brasile e dell'Argentina a causa della “contaminazione” di un fungo (che però è comune anche sui semi di soia cinesi).

Ma il principio che guida la politica agricola del governo non è la difesa della massa di piccoli proprietari contadini, quanto il passaggio a fattorie a grande scala nei fatti in regime di proprietà privata. Lo scorso ottobre un plenum del Comitato centrale del Pcc ha approvato una risoluzione per diminuire le limitazioni alla compravendita di terreni agricoli. Un giornalista americano presente alla riunione ha commentato: “Nel quadro dell’Omc, la Cina si preoccupa per la competizione dei prodotti alimentari stranieri e secondo un agronomo lo sviluppo di grandi fattorie aumenterebbe l'efficienza agricola” (Washington Post, 15 ottobre 2003).

Anche in questo caso le intenzioni della dirigenza del Pcc non si tramuteranno automaticamente e necessariamente in realtà economiche. La memoria della rivoluzione del 1949 è ancora viva nelle campagne cinesi. I contadini poveri sanno che i loro nonni hanno impartito una giustizia plebea ai brutali latifondisti e agli avidi usurai dei villaggi. Gli aspiranti latifondisti cinesi di oggi potrebbero fare la stessa fine. Negli ultimi dieci anni in Cina si sono viste grandi proteste e rivolte contadine, specialmente contro l'aumento di tasse e la corruzione.

Ma è un fatto che la Cina deve passare dalla piccola proprietà contadina ad un'agricoltura moderna e meccanizzata su vasta scala. La questione è come. Un governo basato su consigli operai e contadini non solo vieterebbe o limiterebbe l'assunzione di manodopera e l'affitto di terre da parte dei contadini ricchi, ma promuoverebbe anche la ricollettivizzazione dell'agricoltura. Ciò non significa il ritorno alle comuni agricole dell'epoca di Mao, che non erano altro che aggregati di proprietà contadine arretrate. Affinché la massa dei contadini cinesi rinunci ai propri appezzamenti a favore di fattorie collettive, dev’essere convinta che questo significherà una vita migliore per loro e le loro famiglie. Perciò un governo basato su consigli operai e contadini offrirebbe una riduzione delle tasse e crediti più vantaggiosi ai contadini che entrassero nei collettivi.

Una razionale collettivizzazione e modernizzazione dell'agricoltura cinese porterebbe ad una profonda trasformazione della società. Per introdurre nelle campagne la tecnologia moderna (dalle mietitrebbia ai fertilizzanti chimici ad un sistema di agricoltura scientifica) serve una base industriale qualitativamente superiore a quella odierna. A sua volta, un aumento della produttività agricola richiederebbe un aumento dell’attività industriale nelle aree urbane per assorbire la numerosa manodopera eccedente che non sarebbe più necessaria al lavoro dei campi. Certo si tratta di un lungo processo, specie con le piccole dimensioni e il basso livello di produttività della base industriale cinese. Sia il ritmo che, in ultima analisi, la possibilità di concretizzare una prospettiva del genere dipendono dall'aiuto che la Cina riceverebbe da un Giappone o un'America socialiste, ciò che sottolinea ancora una volta la necessità di una rivoluzione proletaria internazionale.

Lo spettro di una rivolta operaia

All'inizio del 2000 è stata chiusa una grande miniera statale di molibdeno a Yangjiazhangzi, una città della vecchia regione industriale depressa della Cina nordorientale. Le parti redditizie della miniera sono state privatizzate, comprate dagli amici dei dirigenti aziendali. Una protesta di operai licenziati che chiedevano la loro miserabile liquidazione davanti alla sede della ditta è rapidamente divampata in una vera e propria rivolta operaia. Circa 20.000 minatori e le loro famiglie sono scesi in piazza, costruendo barricate, dando fuoco a macchine e latte di benzina e rompendo i vetri degli uffici governativi.

Le autorità si sono mosse con cautela per paura che gli operai si difendessero con la dinamite della miniera. Per due giorni gli operai hanno combattuto la Polizia popolare armata, una forza paramilitare creata a metà degli anni Ottanta allo scopo di reprimere le agitazioni sociali. Alla fine sono arrivate unità dell'esercito che sparando in aria hanno sedato la ribellione. Due anni dopo, altri operai, sempre nella Cina nordorientale, hanno scatenato la più grande rivolta del paese dall'insurrezione di Tienanmen del 1989.

A modo suo la burocrazia stalinista di Pechino sa di essere seduta su di un vulcano di agitazioni sociali. Nel 2002 Jiang Zemin ha dichiarato che “la crescita dell'occupazione e il reinserimento non sono solo grandi problemi economici, ma anche problemi politici fondamentali”. Ma Jiang e i suoi seguaci hanno miserabilmente mancato alle loro promesse.

L'anno scorso il Ministro Zhang Zuoji ha riportato che su 26 milioni di operai licenziati dalle imprese di stato dal 1998, solo 17 milioni sono stati reinseriti. E da questo punto di vista la situazione sta rapidamente peggiorando. Secondo le statistiche del governo, nella prima metà del 2002 solo il 9 percento degli operai licenziati sono stati reinseriti rispetto al 50 percento del 1998. In molte città della Cina gli operai si ammassano ai bordi delle strade in cerca di lavoro con al collo cartelli che indicano la loro specializzazione: elettricista, carpentiere, idraulico.

Il mezzo principale con cui il governo di Pechino ha cercato di frenare la crescita della disoccupazione è stato un forte aumento delle opere pubbliche, finanziate internamente con un crescente deficit di bilancio. Ma in un futuro ormai prossimo il governo di Pechino dovrà fare scelte difficili. Un aumento significativo della parte di prodotto sociale raccolta sotto forma di tasse, colpirebbe i profitti e i redditi degli imprenditori capitalisti e della parte più ricca della piccola borghesia. La Far Eastern Economic Review (10 ottobre 2002), mille miglia lontana da idee anticapitaliste, ha osservato che: “Il dinamico settore privato dell'economia costiera è notoriamente lassista quanto al pagamento delle tasse”. L'alternativa sarebbe la drastica riduzione delle spese, gettando altri milioni di operai in mezzo alla strada e tagliando la già misera assistenza sociale (ad esempio le pensioni). A quel punto, le divergenze in seno alla dirigenza del Pcc sulla politica da adottare, sommandosi a crescenti tensioni sociali, potrebbero iniziare a fratturare la burocrazia.

Nell'ultimo anno al governo di Jiang è succeduta la cosiddetta “quarta generazione” di dirigenti del Pcc, rappresentata dal Presidente Hu Jintao e dal Primo ministro Wen Jiabao. Restando a capo della Commissione militare centrale del Pcc, Jiang ha mantenuto, come Deng prima di lui, l'autorità decisiva di capo delle forze armate cinesi. L'atteggiamento ideologico dei leader della “quarta generazione” testimonia delle contrastanti pressioni sociali che agiscono su di loro. Da un lato sono stati più apertamente filo-capitalisti (consentendo l'ingresso degli imprenditori nel partito e proponendo di sancire il “diritto di proprietà” nella Costituzione).

Ma dall'altro la nuova direzione del Pcc ha adottato uno stile politico più “populista” del governo tecnocratico di Jiang. Poco prima di diventare premier, Wen Jiabao è sceso nel freddo di una miniera di carbone per celebrare il capodanno lunare con i minatori. Di recente il China Daily (30 ottobre) ha esaltato l'intervento personale di Wen per aiutare degli operai edili emigranti ad ottenere gli stipendi arretrati, dicendo che “è una testimonianza del fatto che la nuova direzione, a contatto col popolo, prende in mano le cose quando si tratta degli strati più svantaggiati del paese”.

I gesti “populisti” sono stati accompagnati da promesse di ridurre il divario tra ricchi e poveri e tra le provincie costiere più ricche e quelle più povere della Cina centrale e occidentale. Se non è pura retorica ma il segno di divergenze nel regime sulle priorità politiche ed economiche, le fazioni che potrebbero derivarne potrebbero aprire la situazione politica. In tal caso i fattori decisivi saranno la coscienza politica della classe operaia cinese e di altri strati di lavoratori e la capacità dei marxisti rivoluzionari (cioè dei leninisti-trotskisti) di intervenire per cambiare e far crescere questa coscienza.

 

Per la democrazia operaia!

In Europa orientale e nell'ex Unione Sovietica degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta, molti operai e la maggior parte degli intellettuali si illusero che l'introduzione del capitalismo occidentale avrebbe rapidamente portato a livelli di vita occidentali. Ma gli operai e i poveri delle città cinesi hanno già ingoiato forti dosi di capitalismo occidentale (e giapponese) sotto forma di centinaia di miliardi di dollari di investimenti stranieri e di joint-ventures. Hanno già conosciuto la presenza crescente di sfruttatori capitalisti cinesi. E queste esperienze hanno significato solo un'enorme crescita della disoccupazione, dell'insicurezza economica, della disuguaglianza sociale e delle differenze di reddito.

Tutto indica una profonda e diffusa ostilità popolare verso gli elementi capitalisti che già esistono in Cina. Un sondaggio dell'Università popolare all’inizio del 2003 ha rivelato che solo il 5 percento degli intervistati pensa che i nuovi ricchi hanno acquisito la loro ricchezza con mezzi legittimi. La proposta ventilata al Sedicesimo congresso di includere il “diritto di proprietà” nella Costituzione ha provocato una reazione popolare. Negli ultimi anni c'è stato un vero boom di omicidi di ricconi.

Se è improbabile che gli operai cinesi nutrano illusioni nel capitalismo occidentale, diverso è il discorso per la “democrazia occidentale”. Quando la situazione politica cinese si aprirà, i gruppi ed i partiti controrivoluzionari anticomunisti nasconderanno sicuramente il loro sostegno all'economia di “libero mercato”, spacciando invece la “democrazia”, cioè un governo parlamentare eletto in base ad una testa un voto. E' il tratto tipico di personaggi come Han Dongfang, un “dissidente” filo-imperialista che pubblica il China Labour Bulletin ad Hong Kong, pupillo della destra del Congresso e della burocrazia anticomunista dell'Afl-Cio negli Usa.

In realtà il governo parlamentare è la forma politica della dittatura della borghesia. In questo sistema la classe operaia è ridotta politicamente ad un insieme di individui atomizzati. Controllando i media, il sistema educativo e tutte le istituzioni che plasmano l'opinione pubblica, la borghesia può facilmente manipolare l'elettorato, dove il voto di un operaio di fabbrica pesa lo stesso di quello di un manager o di un tecnocrate. In tutte le “democrazie” capitaliste i funzionari governativi, eletti e non, sono comprati e pagati dalle banche e dalle grandi industrie. Come spiegò Lenin in una celebre polemica contro la socialdemocrazia, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky (novembre 1918):

“Nello Stato borghese più democratico le masse oppresse urtano ad ogni passo contro la più stridente contraddizione tra l'uguaglianza formale, proclamata dalla 'democrazia' dei capitalisti, e le infinite restrizioni e complicazioni reali, che fanno dei proletari degli schiavi salariati. (...) Nella democrazia borghese, i capitalisti con mille raggiri, tanto più abili ed efficaci quanto più la democrazia 'pura' è sviluppata, precludono alle masse la partecipazione al governo dello Stato, la libertà di riunione e di stampa, ecc. (...) L'accesso al parlamento borghese (che mai nella democrazia borghese decide le questioni più importanti che vengono decise dalla Borsa, dalle banche) è sbarrato alle masse lavoratrici da mille ostacoli, e i lavoratori sanno e sentono, vedono e intuiscono perfettamente che il parlamento borghese è un istituto a loro estraneo” (sottolineature originali).

Nella democrazia borghese, gli operai hanno solo l'illusione di un qualche controllo o potere sul governo. Ma in uno stato operaio la questione della democrazia operaia non è una questione di illusioni o di astrazioni, ma una questione di potere. In uno stato operaio come la Cina, la dittatura del proletariato è deformata dal malgoverno stalinista e il proletariato in quanto classe è privo del potere politico, che è invece monopolio di una casta burocratica anti-operaia la cui politica minaccia in definitiva l'esistenza stessa dello stato operaio. La classe operaia e i lavoratori rurali possono esercitare un vero potere politico solo attraverso una dittatura proletaria governata da istituzioni governative basate nella loro classe, come i soviet (parola russa per consiglio), che sarebbero aperti a tutti i partiti che difendono le fondamenta collettivizzate dello stato operaio. Nell'opera appena citata, Lenin spiega che:

“I Soviet sono l'organizzazione diretta delle stesse masse lavoratrici sfruttate, alle quali la possibilità di organizzare lo Stato e di governarlo in tutti i modi possibili. E' precisamente l'avanguardia dei lavoratori e degli sfruttati, il proletariato urbano, che in questo sistema gode del vantaggio, essendo meglio organizzato dalla grande impresa, di eleggere e di controllare le elezioni. L'organizzazione sovietica facilita automaticamente l'unione di tutti i lavoratori e di tutti gli sfruttati intorno alla loro avanguardia, il proletariato. L'antico apparato borghese: la burocrazia, i privilegi della ricchezza, della cultura borghese, delle aderenze e così via (e questi privilegi reali assumono aspetti tanto più vari quanto più è sviluppata la democrazia borghese), tutto ciò scompare nell'organizzazione sovietica. (...) La democrazia proletaria è un milione di volte più democratica di qualsiasi democrazia borghese; il potere dei Soviet è un milione di volte più democratico della più democratica repubblica borghese” (sottolineature originali).

L'alternativa per la Cina è tra la rivoluzione politica proletaria e una sanguinosa controrivoluzione capitalista. Bisogna aggiungere che in nessun caso la restaurazione del capitalismo produrrà alcun tipo di democrazia borghese. La distruzione controrivoluzionaria dello stato operaio degenerato sovietico e degli stati operai deformati dell'Europa dell'Est ci dà un'idea di cosa riserverebbe il capitalismo agli operai cinesi: guerre fratricide, povertà e disoccupazione, una completa devastazione della società.

Non a caso, all'epoca del golpe controrivoluzionario di Eltsin del 1991 molti “democratici” eltsiniani sostenevano che ci sarebbe voluto un “Pinochet russo” per gestire il nascente dominio capitalista nell'ex Unione Sovietica. L'economista Gavril Popov, alleato chiave di Eltsin e principale ideologo di “Piattaforma democratica” all'interno del Pc sovietico, eletto sindaco di Mosca nel 1991, riconobbe apertamente che l'introduzione del capitalismo non sarebbe stata compatibile con la democrazia borghese:

“Ora dobbiamo creare un società con varie forme di proprietà, tra cui la proprietà privata. Sarà una società di disuguaglianza economica. Ci saranno contraddizioni tra la politica che porterà alla denazionalizzazione, alle privatizzazioni e alla disuguaglianza e la natura populista delle forze che dovremo mettere in moto per raggiungere questi obiettivi. Le masse aspirano alla giustizia e alla eguaglianza. E più il processo di trasformazione procede, più stridente sarà il divario tra aspirazioni e realtà economica” (“Pericoli per la democrazia”, New York Review of Books, 16 agosto 1990).

Persino nell'ex Urss, una potenza industriale e militare globale, i regimi politici capitalisti delle varie repubbliche che la costituiscono variano da governi “parlamentari” semibonapartisti a dittature pure e semplici. Una Cina capitalista assoggetterebbe le sue masse a devastazioni sociali ancor più immense e a una povertà ben peggiore. Inoltre, mentre la vecchia borghesia russa era stata distrutta come classe, la rivoluzione cinese ha solo scacciato la borghesia dal continente, ed oggi essa è pronta a reclamare i beni perduti e a vendicarsi, soprattutto sul combattivo proletariato. La restaurazione del capitalismo potrebbe portare ad un revival dei signori della guerra e dei loro padrini imperialisti, come nella Cina pre-rivoluzionaria, con lo smembramento del paese per mano dell'imperialismo occidentale e giapponese, per non parlare della devastazione di Corea del Nord e Vietnam.

Per creare una democrazia sovietica nei paesi capitalisti serve una rivoluzione sociale proletaria che espropri la borghesia e rovesci il sistema del profitto capitalista. In Cina, al contrario, serve una rivoluzione politica proletaria per scacciare la burocrazia dominante e mettere il potere politico nelle mani di consigli di operai, soldati e contadini. Premessa di questa rivoluzione politica è la difesa incondizionata dell'economia collettivizzata che è il fondamento sociale dello stato operaio. Il suo programma è stato riassunto da Trotsky nella sua classica analisi della Russia di Stalin, la Rivoluzione tradita (1936):

“Non si tratta di sostituire una combriccola dirigente con un'altra, ma di mutare i metodi stessi della direzione economica e culturale. L'arbitrio burocratico dovrà cedere il posto alla democrazia sovietica. La restaurazione del diritto di critica e una vera libertà di elezioni sono condizioni necessarie all'ulteriore sviluppo del paese. Ciò richiede il ristabilimento della libertà dei partiti sovietici, a cominciare dal partito dei bolscevichi, e la rinascita dei sindacati. La democrazia porterà con sé, nell'economia, la revisione radicale dei piani nell'interesse dei lavoratori. (...) Le 'norme borghesi' di ripartizione saranno riportate alle proporzioni strettamente imposte dalla necessità, per attenuarsi, via via che la ricchezza si accrescerà, a vantaggio dell'eguaglianza socialista. (...) La gioventù potrà respirare liberamente, criticare, sbagliarsi, maturare. La scienza e l'arte scuoteranno le loro catene. La politica estera si riallaccerà alla tradizione dell'internazionalismo rivoluzionario”.

La lotta per la democrazia operaia è intimamente legata alla lotta per estendere la rivoluzione. Karl Marx ebbe modo di scrivere che con la penuria si generalizza il bisogno “e col bisogno ricomincia la lotta per l'esistenza e ciò significa che deve ritornare tutta la vecchia merda”. Il burocratismo ha la sua base materiale nella penuria: la burocrazia si considera l'arbitro dell'utilizzo della distribuzione di risorse limitate. Di nuovo, la necessità storica costringe a porre la questione dell'internazionalismo rivoluzionario. Senza un'America socialista, un'Europa socialista e un Giappone socialista, i lavoratori cinesi non potranno eliminare la penuria e il bisogno. E dunque il destino del proletariato cinese, il destino dei lavoratori e degli oppressi di tutto il mondo, si deciderà nella lotta per la rivoluzione socialista internazionale.

La Lega comunista internazionale si sforza di portare agli operai e ai lavoratori agricoli della Cina di oggi, questo programma marxista rivoluzionario, l'unico che possa difendere la Cina dalle possenti forze della controrivoluzione spalleggiate dagli imperialisti.

(Tradotto da Workers Vanguard n. 814 e 815, 21 novembre e 5 dicembre 2003)

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